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Statuti del Comun d'Isola

Prefazione  

Un paio d’anni fa, nel presentare i primi tre libri dello Statuto di Isola del 1360 in lingua volgare, ci eravamo ripromessi di continuare l’opera con la pubblicazione del quarto libro, portando così a conoscenza dei connazionali e concittadini tutto il codice ancora conservato e per tutti questi secoli rimasto inedito e della cui esistenza erano informati soltanto alcuni studiosi. Dopo il volume del prof. Luigi Morteani, con il testo originario in lingua latina pubblicato nel 1888, nessuno ha voluto più impegnarsi nella lunga, faticosa e difficile opera di trascrizione dei testi risalenti a qualche secolo fa. L’ha fatto per nostra fortuna Franco Degrassi, quale atto d’amore per la sua e nostra Isola.

Così, già l’anno scorso la nostra Comunità si era riproposta di pubblicare un secondo volume contenente il quarto libro dello Statuto, con tutta una serie di ducali, terminazioni e delibere del Comune di Isola nel periodo dal 1360 fino agli inizi del XVI secolo. Con la sua pubblicazione avremmo finalmente portato alla luce tutto il Codice redatto in lingua volgare. Impresa, come si diceva, non facile anche per chi è ormai diventato un esperto in trascrizioni di quel tipo di scrittura, dove la calligrafia, le lettere e le stesse parole devono essere volta per volta identificate e interpretate. Un lavoro che necessita di tempo, di pazienza, di volontà e, naturalmente, di esperienza.

Allo scadere dei due anni trascorsi, ci siamo resi conto che la pubblicazione del secondo volume con il quarto libro dello Statuto sarebbe avvenuta quando ormai le copie del primo volume erano ormai completamente esaurite, per cui si rischiava che molti non avrebbero potuto disporre del testo completo del Codice. Da qui la decisione di pubblicare il tutto in un volume unico, aggiornato e arricchito, al quale dare anche – giustamente – una veste tipografica più dignitosa e consona al suo contenuto. Affrontando anche in questo caso problemi di natura tecnica e, soprattutto, finanziaria.

La decisione di pubblicare un volume con il testo integrale dello Statuto di Isola in lingua volgare, inoltre, è stata supportata pure dalla volontà di rendere omaggio alla nostra cittadina in occasione del 750.esimo anniversario della delibera – approvata in sede di Consiglio Generale del Comune nel 1253 – di liberarsi dai legami medievali che la tenevano pesantemente legata al Monastero di Aquileia – per intraprendere la strada della piena autonomia e dell’indipendenza. Delibera, sembra, approvata proprio nel Palazzo Comunale appena costruito in quell’anno e che per secoli ha rappresentato la sede più importante delegata a garantire l’autonomia comunale.

Un particolare riconoscimento, quindi, deve essere attribuito a Franco Degrassi, che è il vero autore di questo libro, perché ha avuto il coraggio e la forza di dedicare tanta parte del suo tempo a quest’opera, animato soltanto dalla volontà di renderla nota e di divulgarla, ma anche perché – come ci tiene lui stesso a ribadirlo – perché Isola, pur non disponendo di quella ricchezza culturale e storica che nei secoli ha animato le vicine cittadine di Capodistria e Pirano, può ugualmente vantare un lungo passato – a volte felice, più spesso tormentato– che deve essere conosciuto prima che nuovi tempi e nuove genti possano cancellarne i segni e la memoria.

Luciano Kleva

Presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Isola

 

Isola, Novembre 2003

 

 

 

Silvano Sau

Cenni di storia  isolana, istriana e veneta nell’età moderna

            L’età moderna in Istria ebbe inizio nel 1420 con la fine del potere temporale del patriarcato di Aquileia. Da quella data la penisola istriana rimase divisa in due diversi sistemi giuridici, economici e culturali: l’ Istria veneta comprendente quasi i tre quarti del territorio e la Contea di Pisino soggetta agli Asburgo.

            Da allora fino ai giorni nostri, le località dell’Istria settentrionale, Isola compresa, rappresentarono il punto d’incontro, ma anche di divisione tra realtà molto spesso contrapposte. Per tutto il periodo in cui la maggior parte dell’Istria venne a trovarsi sotto il dominio della Serenissima, Capodistria, Isola, Pirano e Muggia rappresentarono quel lembo di territorio veneto che si trovava a più diretto contatto territoriale, ma anche umano ed economico con la realtà asburgica imperante a Trieste.

È indubbio, che la storia di Isola, come quella di quasi tutte le cittadine istriane, sia rimasta legata alle sorti della Serenissima per tutti i secoli in cui fece parte dei suoi domini. A partire dal 4 maggio 1280, quando la cittadina firmò l’atto di sottomissione al Leone di San Marco.

Tuttavia, se gli Statuti comunali medievali rappresentarono l’espressione primaria dell’autonomia cittadina e, per quanto riguarda Isola, pienamente evidenziata nei primi tre libri, il quarto, fino aad oggi inedito e che presentiamo nelle pagine a seguire, è importante perché con esso si riesce a collocare le vicende isolane e istriane nel contesto dei rapporti con la Serenissima a partire dal 1400 fino al 1600. In un periodo, quindi, che comprendeva l’apice e l’inizio della lenta ma inesorabile decadenza, fino al tramonto definitivo del 1797.

Se lo Statuto del 1360 rimase pienamente in vigore in tutto quel periodo e rispecchia fedelmente l’ordinamento politico e giuridico di Isola nei secoli XIII e XIV, all’indomani quindi del passaggio delle cittadine istriane sotto il dominio veneto, quando l’autonomia comunale è quasi totale, già nei decenni e secoli successivi sarà possibile notare la forte impronta della Serenissima nell’amministrazione della cosa pubblica. Non soltanto attraverso la nomina dei podestà, quanto soprattutto nell’imporre e limitare un regime commerciale e fiscale a favore della capitale Venezia.

Vediamo alcune delle vicende che, pur legate direttamente al Leone di San Marco, ebbe influssi diretti e concreti anche sul territorio dell’Istria e, di conseguenza, anche su Isola.

Nel 1412 il generale Pipo (Filippo Scolari, fiorentino) in rappresentanza dell’imperatore Sigismondo che, in conflitto con Venezia, voleva ripristinare in Istria l’autorità dei patriarchi di Aquileia sostenuti dagli Asburgo, sostò nella valle di Isola con 3000 cavalli e altrettanti uomini di fanteria per tre giorni, progettando probabilmente di assediare e impadronirsi della cittadina che, ricordiamo era collegata alla terraferma soltanto da uno o due ponti. Notizia in tal senso ne dà qualche secolo più tardi Giacomo Besenghi in alcune sue note scritte in margine agli Statuti di Isola. Va ricordato, però, che già nel 1411, su iniziativa del podestà Nicolò Minio, le mura di cinta isolane erano state restaurate, ulteriormente fortificate e costruita la torre alle Porte che consentiva di difendere l’entrata in città. Visto comunque, che il generale non attaccò Isola, si presume che dopo i tre giorni di permanenza e resosi conto della forte resistenza che avrebbe incontrato, aababia preferito proseguire il cammino alla volta di Pola e delle altre cittadine che incontrò al suo passaggio.

La campagna del generale Pipo in terra istro-veneta, tuttavia si concluse positivamente per la Serenissima che si impossessò di tutte le località che ancora non facevano parte del suo Dominio in terra istriana e stabilendo la divisione dell’Istria tra la Repubblica Veneta e la Casa d’Austria con la Contea di Pisino.

Le cittadine dell’Istria nord-occidentale (Muggia, Capodistria, Isola e Pirano), quindi, si vedono precluse la possibilità di continuare i traffici ed i commerci con la vicina Trieste, in mano agli Asburgo, e incrementarono gli scambi con Venezia. D’altra parte vennero precluse dagli Asburgo anche tutte le possibilità di commercio con le zone interne della Carniola, poichè le vie di comunicazione erano completamente controllate dall’altra parte. Non va sottaciuto, parimenti, che la stessa Venezia non vedeva di buon occhio i commerci che Trieste stava portando avanti con i mercati dell’interno e, pure, il contrabbando soprattutto dell’olio, del vino e del sale, che continuava abbondante anche con le cittadine istriane,.

Con una Ducale dell’ undici marzo del 1463, Venezia ordinò al Comune di Isola di partecipare, assieme a Muggia e Capodistria alla costruzione di una bastia presso Digrignano: una barriera che avrebbe dovuto bloccare tutti i commerci della città triestina.

Dopo qualche mese di conflitti e scontri, la pace venne firmata a Venezia con l’Austria che fu costretta a cedere alla Serenissima S. Servolo, Montecalvo e Castelnuovo. Inoltre, fatto molto importante, Trieste si impegnò a rendere completamente libero il transito lungo le vie di comunicazione che dall’interno portavano verso le cittadine dell’Istria veneta. Condizioni, naturalmente che privilegiarono soprattutto Capodistria, Isola e Pirano, stimolando e incrementando il loro commercio ed il contrabbando con i paesi dell’interno.

Già nel corso del 15.esimo secolo, ma soprattutto durante il secolo seguente, al pari di tutte le cittadine istriane rientrò nell’ambito degli obblighi che la Serenissima imponeva per difendere il proprio territorio, come pure per assicurare il dominio sulla navigazione in Adriatico e nel Mediterraneo.

Giunse così anche per Isola l’obbligo di introdurre le cernide, secondo le quali un determinato numero di persone doveva recarsi ogni prima domenica del mese in una località predefinita dove si esercitava all’uso dell’archibugio e della picca. Obbligo che per altre città era stato introdotto già precedentemente, ma dal quale Isola era stata esentata al pari di Capodistria, Pirano e probabilmente anche Muggia.

In una relazione del 1581 del Capitano di Capodistria, cui era soggetta pure Isola, venne disposto l’obbligo delle cernide anche per la nostra cittadina.

Il documento del Capitano di Capodistria, Nicolò Bondumier, ribadiva l’assenza di motivi per esentare ulteriormente Isola dalle cernide “dacchè non ha saline né marinarezza”. Dal che si può desumere che ad essere esentate da questo onere fossero soprattutto quelle città che producevano sale o avevano i propri uomini occupati nella marina militare o mercantile della Serenissima – attività di primaria importanza per la Repubblica veneta. E’ noto che produttori di sale allora, erano Muggia, Capodistria e, soprattutto, Pirano, mentre le saline di Isola ancora presenti nel Medio Evo erano sparite già nel XIV o XV secolo.

Naturalmente la risposta all’osservazione avanzata dal capitano Bondumier non si fece attendere molto. Qualche mese più tardi, il suo successore, il Capitano Zorzi, constatò che nella terra di Isola per le cernide si potevano scegliere 150 uomini.

Come riporta Luigi Morteani nella sua “Storia di Isola e dei suoi Statuti”, nel corso del XVI secolo vennero intraprese anche altre iniziative conseguenti alla necessità di difendere Isola.

Nel 1538 venne stabilita un’imposta di 4 soldi per opera da destinare alla manutenzione e al consolidamento delle mura cittadine.

Nel 1543 il Consiglio Comunale decise che durante la notte la porta d’entrata in città doveva rimanere chiusa.

Nel 1569 è sempre il Consiglio Comunale a stabilire che le armi per la difesa della città dovevano venir custodite nella Loggia del Comune.

Nel XV e XVI secolo, lo spregiudicato gioco di alleanze portato avanti dalla diplomazia veneziana ed il suo ruolo di prima potenza in tutto il bacino mediterraneo produssero una grande alleanza contro di lei. Nel 1509 si costituì la lega dei Cambrai che vedeva quasi tutta l’Europa unita contro la Serenissima. Venezia tentò dapprima di spezzare diplomaticamente la coalizione, ma senza riuscirvi, per cui mise in piedi in tempi relativamente brevi un colossale esercito di 20 mila uomini che però venne battuto ad Agnadello in Lombardia e costretto a ritirarsi. Ancora una volta, però, il senso del pericolo accomunato all’arroganza e alla ferocia dei vincitori produssero l’effetto opposto. La popolazione locale si aggregò alle truppe riorganizzate e dopo sette anni di guerra Venezia riuscì a rovesciare molte delle alleanze a lei ostili riguadagnando il grosso dei territori di terraferma precedentemente perduti.

Dopo questa esperienza, Venezia seguì una politica di neutralità e facendo uso soprattutto della diplomazia, riuscì a difendersi dagli invasori che imperversavano soprattutto sul territorio della penisola italiana. Tuttavia il confronto con le altre “grandi potenze” del bacino mediterraneo vedeva ridimensionata la sua forza sul mare.

La nuova situazione venutasi a creare con la formazione e il consolidamento di grandi imperi a est e a ovest del Mediterraneo mise Venezia in una posizione molto difficile. Inoltre la Repubblica si era fortemente esaurita nel corso delle guerre italiane, trovandosi attualmente in difficoltà anche sul mare: le flotte spagnola e turca la costringevano ad un continuo sforzo di adeguamento.

Intanto nuovi e pericolosi concorrenti si affacciavano sulla scena mercantile. All’inizio del 1570 il sultano turco sequestrò navi veneziane nel Bosforo e nei Dardanelli e mandò un ultimatum alla Serenissima. Il governo di Venezia respinse l’ultimatum e si mobilitò diplomaticamente, ma a luglio una flotta turca sbarcò a Cipro riuscendo addirittura ad assediare la capitale.

Venezia cercò di mobilitare altre potenze e, inaspettatamente, trovò un alleato in papa Pio V, che vide la possibilità di una ennesima “crociata” contro l’infedele musulmano. Tra mille difficoltà politiche e diplomatiche riuscì a mettere insieme la coalizione della “lega Santa”, i cui principali fautori furono Venezia, gli Asburgo e, naturalmente, il Papa.

Il risultato fu la grande vittoria navale di Lepanto nel 1571 che, però non portò a Venezia i benefici sperati. Lepanto, in pratica, costituì una grande vittoria morale, celebrata in ogni occasione, ma che non impedì alla potenza navale veneziana di imboccare la via del declino.

Le guerre, ma ancor più le epidemie e le ricorrenti carestie comportarono in tutti i secoli a partire dal ‘400 un forte spopolamento delle zone interne che la Serenissima cercò di risolvere permettendo e agevolando una forte immigrazione di popolazioni. Anche se il problema delle campagne incolte era più pressante nelle zone dell’interno e soltanto marginalmente riguardava le cittadine dell’Istria settentrionale, va rilevato, che soprattutto in seguito alle pestilenze, pure Capodistria, Isola e Pirano subirono ciclicamente delle fortissime riduzioni demografiche.

Così, nel 1580 il cardinale Agostino Valzer in visita apostolica in alcune località istriane chiedendo al giudice Aloisio De Lisi quale fosse il numero degli abitanti di Isola, si sentì rispondere “credo che possino esser da otto cento anime in circa”.

Mentre nel corso del ‘400 e del ‘500 fu frequente l’immigrazione di popolazioni provenienti dalla Dalmazia, spinte dal pericolo dell’avanzata turca, costante fu pure l’immigrazione dalle regioni italiane. Si trattò in genere di persone dotate di un certo spessore economico, ma probabilmente anche in una situazione di esubero nell’ambiente originario. Ecco, dunque, nominati attraverso i secoli artigiani e “borghesi” romagnoli, marchigiani, veneti, fiorentini in tutte le città della costa, ma in particolare nei maggiori centri settentrionali, come Capodistria, Isola, Pirano e Parenzo. Tra le persone e famiglie più importanti di Isola di quel periodo e dei periodi successivi erano originari di altre località italiane: come i Contesini, che secondo Giacomo Besenghi, dovevano esser venuti da Pavia, come gli Ettoreo provenienti da Udine, come i Manzioli che arrivarono a Isola nel 1321 da Bologna per rifugiarsi dalle lotte tra guelfi e ghibellini. Inoltre, i Carlin originari dei dintorni di Aquileia, i Moratto venuti nella nostra città all’inizio del 1300 da Latisana, i Coppo stabilitisi a Isola verso la fine del XV secolo, gli Ugo provenienti da Firenze nel 1400, i Besenghi da sempre professatisi di origini veneziane. Anzi, sembra che proprio nel 1300 fosse particolarmente nutrito il gruppo di fiorentini presenti a Isola. Lo storico de Franceschi documentò la presenza nella città di un certo Francesco di Zutti della Scarparia che vi risiedette dal 1335 al 1340, di un Guido Gossi, venuto nel 1336, di Baldinaccio degli Erri q. Bruno, sempre nel 1336. Nel 1346, invece, Morteani testimonia la presenza a Isola di Lamberto di Odferisio q. Tignoso e di Ser Paolo toscano.

Nel 1584 i sindici in Terraferma Girolamo Bragadin, Girolamo Lando e Daniele Morosini, al termine di una loro visita alle podesterie istriane presentarono al Senato della Repubblica un resoconto che in pratica rappresentò il primo rilevamento ufficiale della popolazione della provincia veneta dell’Istria, con un numero complessivo che raggiunse le 53.000 persone. Capodistria allora era la città più grande con 5.700 anime e con circa un migliaio di unità in meno rispetto al 1477. Isola invece, dalle 940 persone rilevate nel 1477 era aumentata addirittura a 1.610.

Isola, quindi, aveva risentito meno delle altre cittadine anche dell’Istria settentrionale degli esiti nefasti delle guerre, delle pestilenze e delle carestie intercorse in oltre un secolo. Tanto per fare un esempio, in quel periodo Pola aveva visto la sua popolazione ridursi da 2.000 abitanti a 594 e Parenzo dalle 2.000 alle 780 persone. Una spiegazione del fatto che le cittadine dell’Istria settentrionale risentissero meno delle epidemie di peste e di malaria, forse la troviamo in una relazione che Francesco Basadonna scrisse per il Senato di Venezia nel 1625, dove riferisce che “Pirano, Isola e Muggia sono terre convenientemente popolate in buonissima aria”, mentre “Pola, Parenzo, Cittanova et Umago sono quasi spopolate d’aria morbosa e non molto salubre…”.

Anche l’ultima pestilenza del 1630-1631 che letteralmente decimò la popolazione istriana risparmiò in parte proprio Isola. Propagatasi probabilmente dalle imbarcazioni provenienti da Venezia, toccando prima Muggia e in seguito Capodistria, Isola e Pirano ridusse la popolazione capodistriana dai 5.000 abitanti del 1628 a non più di 1.800. Isola e Pirano, invece, furono parzialmente risparmiate proprio grazie all’efficace applicazione di provvedimenti introdotti, quale il blocco totale delle comunicazioni terrestri e marittime con Venezia e con le località limitrofe.

Il periodo che seguì vide l’affermarsi definitivo di altre vie di traffico sulle rotte oceaniche e la progressiva perdita di importanza di quelle mediterranee.

Il secolo XVII si presentò come un periodo di stasi economica e politica. Venezia, sorda a quanto stava avvenendo negli oceani e nel resto d’Europa, cercò ancora per qualche tempo di riaprire le vie del commercio levantino e di mantenere i suoi possedimenti. Possedimenti che riuscì a conservare, ma con sempre maggiori difficoltà per via della lontananza, stringendo alleanze anche con la Casa d’Austria, che interessata all’Adriatico e al Mediterraneo, non le negò aiuto. Ormai, però, lo stato da mar, che rappresentò l’inizio e l’apice delle fortune economiche e il motivo dell’orgoglio di Venezia, era arrivato al capolinea. Nell’Adriatico le flotte da guerra e mercantili straniere operavano ormai tranquillamente senza il permesso di Venezia, come avveniva in passato. La potenza navale veneziana si trovò ridotta al minimo, la sua cantieristica, di fatto, era ormai sorpassata e dopo la guerra di Corfù (1716) si limitò a far uscire dal proprio arsenale meno di una nave all’anno. Il ruolo di “dominatrice dell’Adriatico” divenne un ricordo e la temibile flotta da guerra veneziana stentò a proteggere i convogli mercantili dagli attacchi corsari.

Nel contempo la città, ma anche le altre località del cosiddetto stato da terra, di cui faceva parte anche l’Istria, godette di una grande stagione artistica. E mentre le fortune della Serenissima stavano attraversando la crisi più grande e ormai irreversibile della sua storia, la vita del patriziato cittadino si trascinava tra feste e attività artistiche senza rendersi conto che nuovi grandi avvenimenti, come le rivoluzioni americana e francese, stanno sconvolgendo il mondo. Per la Serenissima, l’avvento al potere di Napoleone rappresentò il segnale della fine. Quando Bonaparte invase la pianura padana, Venezia non ritenne opportuno aiutare Bergamo e Verona nella loro rivolta contro l’avanzata francese. Cercò piuttosto, ancora una volta, di ricorrere alla sua abilità diplomatica, ma senza successo. La classe dirigente veneziana, imbelle e preoccupata soprattutto di perdere i possedimenti in terraferma, accettò le difficilissime condizioni poste da Napoleone e, di fatto, il 12 maggio 1797, sancì la fine della Serenissima. Qualche mese dopo, Bonaparte cedette la città all’Austria ponendola in una situazione di sudditanza di quell’imperatore asburgico, al quale per secoli era riuscita a tener testa. Da quel momento, dopo settecento anni di fedeltà al Leone di San Marco, cambiò definitivamente anche il percorso storico dell’Istria. Prima con Napoleone e, successivamente, con gli Asburgo.

Non prima, però, che in alcune località accadessero dei primi tumulti, quando non delle vere e proprie rivolte popolari. La più grave ebbe luogoproprio a Isola, con l’uccisione del podestà Pizzamano.

Mentre Venezia era sempre più impegnata a difendere i suoi possedimenti di terra e di mar per garantire da una parte gli introiti necessari per gli armamenti e per le navi, dall’altra per assicurare quella posizione di prestigio che si riteneva si addicesse alla sua classe governante e patrizia, le condizioni di vita della popolazione incominciarono progressivamente a peggiorare. Ivi comprese le condizioni delle cittadine istriane sempre più sottoposte alle ferree imposizioni del regime tributario veneto.

Anzi, mentre tutti gli stati europei, soprattutto nel corso del secolo XVII, andavano conseguendo una sempre maggiore omogeneità governativa cercando di portare lo sviluppo economico e sociale anche nei territori circostanti al di fuori delle aree urbane, soprattutto nelle campagne, e facendo sforzi per diminuire le differenze tra le diverse categorie sociali nei confronti dello Stato, la Repubblica di San Marco mantenne quasi inalterate le antiche forme di governo e di divisione tra popolo e patriziato, tra città e campagna, dove anche i Comuni venivano ancor sempre retti sulla base di Statuti e di formule di governo di provenienza medievale. Continuava ad essere mantenuta anche la medievale suddivisione tra città, terra o paese o campagna e baronia. Le prime due, come si diceva, governate dagli statuti comunali e rette da un patrizio veneto con il nome di podestà o da un Consiglio di cittadini che in ambito locale si ergevano a rango nobiliare. Le baronie, invece, ancor sempre soggette ai signori feudali, padroni quasi assoluti delle terre e dei suoi beni.

Isola tra dazi e imposte

Quello che più di tutto aveva incominciato a pesare, però, era l’immutato sistema tributario imposto a tutta la provincia e composto da decime e dazi che dovevano venir pagati alla Serenissima praticamente su tutti i prodotti e su tutti i commerci, dalla carne al vino, dal pane all’olio e ai torchi per la spremitura delle olive, dal pesce al sale e alla legna.

In seguito ai contrasti con la vicina città di Trieste e con la Casa d’Austria, i commerci con l’interno del Carso, della Carniola, ma anche con territori posti ancora più a nord, erano praticamente ridotti a zero, mentre l’unico commercio consentito era quello mercantile a direzione unica verso il porto di Venezia, dove veniva ulteriormente sottoposto al pagamento di nuovi dazi. In tutto questo periodo, la Serenissima aveva sviluppato un complesso meccanismo di imposizioni e di leggi, che praticamente rendevano impossibile qualsiasi forma di traffico che escludesse il porto veneziano, paralizzando qualsiasi nuova attività, qualsiasi produzione e qualsiasi possibilità di sviluppo del commercio.

Da sempre, i prodotti che costituivano la base fondamentale del benessere delle cittadine istriane erano l’olio, il pesce, il vino, il sale e la legna.

Per farsi un’idea di quanto complicato e oneroso fosse il sistema tributario di Venezia in quel periodo, va detto che a partire dalla raccolta delle olive, che veniva sottoposta alle decime, anche la torchiatura era sottoposta al pagamento di un’imposta, con la continua minaccia di pesanti sanzioni nel caso di qualche frode. L’olio così prodotto e già doppiamente tassato doveva venir trasportato tutto a Venezia, dove era necessario pagare un nuovo dazio di lire 40 per ogni barile (46 boccali) – un dazio che procurava alla Serenissima ben 30 mila Ducati all’anno. Infine poteva esser messo in vendita da commercianti che godevano praticamente del monopolio, visto che dovevano essere muniti di una speciale autorizzazione che, in pratica, assicurava loro di essere i padroni assoluti del mercato, stabilendone i prezzi, le quantità e la qualità.

Anche il pesce era sottoposto ad un imposta, sottoforma di decima dovuta al podestà, dal momento stesso in cui veniva pescato. Se poi era sottoposto alla salatura per una maggiore conservazione e per il trasporto a Venezia, i dazi si moltiplicavano, incluso quello per il sale che doveva essere di produzione locale e già per conto suo sottoposto ad altri dazi.

Lo stesso discorso dicasi anche per il vino e per ogni altro prodotto. Anzi, per il vino vigeva addirittura una severa proibizione di portarlo a Venezia, nonostante il fatto che alcuni vini istriani fossero di qualità pregiata, come per esempio – lo ricordano alcuni storici – la ribolla di Isola e il moscato di Rovigno.

Delle norme che regolavano la produzione e la vendita del vino come per l‘olio, naturalmente, troviamo riferimento sia nelle clausole dello Statuto di Isola del 1360, sia nel libro quarto presente in questo volume e riguardanti i due secoli successivi.

Anche se Isola, per la sua configurazione geografica avrebbe potuto essere dedita soprattutto alla pesca ed alle attività legate al mare, è constatato che la sua popolazione nei secoli era prevalentemente agricola. Una situazione questa, che si protrasse praticamente fino agli ultimi decenni del XIX secolo, quando la nascita ed il forte e rapido sviluppo dell’industria conserviera del pesce, portò una parte consistente degli abitanti a dedicarsi all’attività della pesca o intraprendere la strada del lavoro salariale.

Da una lettera dell’ undici maggio 1746 inviata da Capodistria ai Cinque Savi della Mercanzia, si evince che a Isola esistevano in tutto soltanto 33 imbarcazioni da pesca, nessuna adibita al trasporto e 13 adibite alle mercanzie. Complessivamente, gli addetti all’attività peschereccia di Isola non superavano le cento persone (99, per l’esattezza), mentre altre 46 si occupavano del commercio di mercanzie. Che Isola non contasse alcuna imbarcazione da trasporto, quindi di dimensioni più grandi, rispetto a Capodistria e Pirano, probabilmente dipendeva dal fatto che la nostra cittadina ormai aveva completamente abbandonato la produzione del sale, quindi non sussisteva la necessità del suo trasporto dalle saline ai magazzini.

Secondo notizie pervenuteci da documenti allegati allo Statuto, con le tasse si coprivano tutte le spese dell’amministrazione comunale, dove erano compresi i funzionari, le scuole pubbliche, l’ospedale, il medico, ecc…

Complessivamente, le entrate del Comune ammontavano annualmente a Lire 5.353 e 6 soldi, e provenivano direttamente dalle imposte comunali:

- Dazio della panetteria……………………  L. 1.300: -

- Dazio delle quattro misure e quello di

   sei piccoli per ornai di vino ……………...  L.   250: -

- Dazio de’ frutti ……………………………  L.   266: -

- Dazio della beccarla …………………….  L.  191: -

- Dazio di venti soldi al mese ……………   L.    9: s.  6

- Dazio de’ dodici l’uno……………………  L. l.383: s. 14

- Dazio dell’osteria del vino ………………  L.  867: -

- Dazio della grassa ………………………   L.   90: -

- Dazio della valle …………………………   L.  243: s.  4

- Dazio del torchio di mezzo ……………..   L.  403: -

- Dazio del torchio vecchio ………………    L.  354. s.  2

Dazio della pescaria……………………..

Pur se non riusciamo ancora a interpretare correttamente il reale significato di tutti i dazi e delle rispettive imposte comunali, per alcuni di esse sono proprio gli Statuti a offrirci le indicazioni più precise. Così si sa, che il Comune metteva all’asta il diritto della pancogolaria (la preparazione, la cottura e la vendita del pane) e che colui che vinceva il bando era obbligato a impiegare 5 o 6 pancogole e gli veniva assicurato il diritto di vendita. Altrimenti, la preparazione e la cottura del pane in ambito famigliare era consentita soltanto per uso proprio. Altresì, chi vendeva il vino all’ingrosso pagava un dazio di 6 piccoli per orna, mentre chi lo vendeva a spina pagava 20 soldi al mese. Oppure, per ogni brenta di pomi il venditore pagava un denaro piccolo e 6 ne pagava il compratore. Il dazio della pescaria, invece, consisteva in un denaro da pagare per ciascun soldo di pesce venduto, sia fresco, secco o salato che fosse. Infine, il dazio del torchio veniva pagato al comune dai torchiari che a loro volta si rifacevano dalla decima parte di olio che si trattenevano in natura dai contadini per la spremitura delle olive.

In che cosa consistevano le spese che erano a carico della municipalità, tenendo conto che i bilanci comunali venivano redatti per un periodo di 16 mesi, tanto quanto era la durata del reggimento, cioè della durata del mandato dei pubblici funzionari.

 “Aggravi che paga la comunità d’Isola nel corso di un Reggimento de mesi sedici:

 

- Al pubblico Rappresentante L. 84 al mese in mesi 12..          L. 1008.-

- Peer regalie al detto all’ingresso del reggimento…                  L.  328.-

Per conto di limitazioni L. 63 al mese (per mesi 12)…              L.  756.-

                                                                                               L.  2092.-

- Per le feste del Carneval al detto ……………………          L.   62.-

- Per il primo di Maggio al detto ……………………….        L.   20.-

                                                                                                 2174.-

- Al Cancelliere pretoreo per tutto il reggimento ……......       L.  100.-

- Al detto per conto de limitazioni in mesi dodesi…..               L.   91.4

- Ai due sindici a lire 6 al mese, in tutti due…………              L.  144.-

- Ai tre provveditori alla Sanità a L. 4 al mese

 per anno uno…………………………………………..       L.  144.-

- Al Predicator dell’avvento ……………………………       L.   70.-

- Al Cancelliere del comune in un anno………………            L.  136.-

- Al Cancelliere di consiglio ……………………………        L.   50.-

- A Predicatore della quaresima……………………….         L.  136.-

- Alli giudici ………………………………………………   L.  144.-

- Al comandatore ………………………………………..    L.  120.-

- Al fante della Sanità……………………………………      L.   24.-

- Al Padre guardiano di S. Francesco per la messa

  cantata il giorno della concessione ………………….           L.    6.4

- Ai due campanari in un anno …………………………        L.   72.-

                                                                                              L. 3411.8

- All’Eccel.ma Cassa di Raspo ………………………….      L.  500.-

- Alli Stimatori ……………………………………………   L.  18.-

- Alli ballottini due ………………………………………      L.  16.-

- Al contrador alle parti …………………………………      L.  18.12

- Ai due Vicedomini……………………………………...     L.  15.10

- Al cavaliere di corte per anno uno ………………….           L. 249.-

- All’organista……………………………………………     L.  58.-

- Al Sagrestano ………………………………………….     L.  36.-

- All’avvocato in Capodistria ………………………….         L.  36.-

- Alli Giustizieri ………………………………………….     .L.  54.2

- Al Capitano di Valderniga ……………………………       .L.  31.-

- Al cancelier di Sanità………………………………….       .L.  36.-

                                                                                              L. 4879.12

- Al fontico ogni 16 mesi sino all’estintion

 del debito……………………………………………           L.  150.-

- Spese per l’arma, festoni, sbari, polvere

 all’ingresso, Partenza, Gloria, Sabbato Santo,

 Pasqua, Corpus Domini, S. Giustina, comodar

 Palazzo, e mille altre occorrenze di città e suoi

 sbari di SE. podestà e Cap. di Capodistria

 revision de libri e fedi di sanità…………………….                L.  594.10

- Per sonar le prediche ……………………………...             L.    6.-

-Per far il sepolcro …………………………………...           L.   10.-

                                                                                                L. 5640.2

Non ci soffermeremo a lungo sulla produzione e sulle imposte riguardanti il sale, che rappresentavano il prodotto più remunerativo e tutelato di provenienza istriana. Isola, a partire dal XVI secolo, non disponeva più di proprie saline, anche se un capitolo dello Statuto medievale ne fa ancora cenno. Il grosso della produzione di sale istriano proveniva dalle saline di Muggia, di Capodistria e, soprattutto, di Pirano. Anche per il commercio di legna non ci soffermeremo oltre, visto che né Isola, né l’Istria settentrionale erano grandi approvvigionatori di legname per la Serenissima.

Tre erano le monete base del sistema finanziario veneziano e che ricorrono costantemente anche nei vari capitoli degli Statuti comunali. Il “Ducato”, più tardi detto anche “Zecchino”, contenente 3,55 grammi di oro fino al 0,997 per cento. Aveva le stese dimensioni del “Grosso” e raffigurava gli stessi temi, anche se elaborati più finemente. Il diritto della moneta mostrava il Doge inginocchiato nell’atto di ricevere le insegne da San Marco ; dietro alla figura del Doge c’era il suo nome e dietro la figura del santo si leggeva S. M(arcus) Veneti. Nel rovescio si vedeva Cristo Redentore in piedi che reggeva con una mano il Vangelo e con l’altra faceva il segno della benedizione. “Il grosso” pesava 2,18 grammi di argento fino al 0,965 per cento. “Il piccolo” era praticamente uguale alla moneta a suo tempo usata da Carlo Magno, ma di dimensioni minori. Pesava soltanto 0,362 grammi e conteneva appena il 25 per cento di argento. Infine “Il soldo di piccoli” pari a un dodicesimo del valore del Piccolo che, a sua volta, doveva essere moltiplicato per 26 per raggiungere il valore del Ducato.

Il contrabbando

Certo, che fino a quando Venezia si trovava al centro di tutte le attività commerciali e produttive dell’Alto Adriatico, le cittadine istriane trovavano in essa tutte le possibilità di piazzare i propri prodotti e, d’altra parte, sempre a Venezia - grazie al monopolio che la Serenissima deteneva in tutto l’Adriatico e in buona parte del Mediterraneo - anche di sopperire all’approvvigionamento di quelle materie di cui era sprovvista. Dal momento in cui questa tendenza incominciò a cambiare a favore del porto di Trieste, difesa e appoggiata dalla Casa d’Austria, mettendo in serie difficoltà le risorse della Repubblica di San Marco, questa – come rileva lo storico Bernardo Benussi – cercò rimedio nell’acuire ulteriormente le già esose imposizioni tributarie, accelerando così un processo involutivo che, immancabilmente coinvolse tutta la penisola istriana.

Incapace di adeguarsi alle riforme economiche, finanziarie, commerciali e sociali che ormai stavano prendendo piede in tutta l’Europa, già all’indomani della Scoperta dell’America e dell’introduzione di nuove rotte commerciali verso l’Africa e oltre oceano, come stavano facendo altri Paesi come l’Olanda, la Francia e la Spagna, già nel 1680 – conscia della sua sempre più evidente debolezza marittima – Venezia aveva concesso alle navi inglesi e olandesi di navigare liberamente lungo le coste dell’Adriatico. Concessione, che nel 1686 fu concessa anche ai francesi e, infine, nel 1714 anche a tutte le imbarcazioni venete. In tal modo il governo della Serenissima perse qualsiasi possibilità di controllo sulla navigazione e furono le stesse navi veneziane a introdurre nuove rotte e traffici tra le città adriatica, senza che il governo potesse far valere le sue richieste di pagamento dei dazi. Una situazione che aiutò ulteriormente lo sviluppo dei porti di Trieste, Fiume ed Ancora, e, soprattutto, incrementò a dismisura il fenomeno del contrabbando. A tal punto, che ad un certo momento, l’Istria e buona parte della Dalmazia poteva considerarsi perduta per Venezia dal punto di vista economico e commerciale. Il podestà-capitano di Capodistria Marcello, nel 1770, scrive al Doge: “Da che, in vero nati le sono vicini con aperta franchigia li porti di Trieste, Fiume ed Ancona, può dirsi francamente che la piazza di Venezia, le arti e Vostra Serenità abbia quasi perduta del tutto questa provincia dell’Istria”.

Nonostante tutte le misure adottate dal governo di San Marco per frenare il contrabbando tra le singole città e, in particolare, con Trieste asburgica, rimane il fatto che proprio grazie alle restrizioni fiscali veneziane, questo tipo di traffici era diventato un’importante fonte di sostentamento per le popolazioni isolane. Anche per Isola, che ormai si vedeva costretta a trovare nuovi sbocchi alla sua non indifferente produzione agricola di olio e vino. In una relazione inviata a Venezia nel 1774 dal podestà di Capodistria si sottolinea di “aver impiegato tutto lo studio per impedire le clandestine esportazioni dell’oglio nazionale alla con terminante Piazza di Trieste, ma qualunque avertenza non può far argine all’arte troppo raffinata de’ contraffattori che… passano alla detta piazza, ove allettati del breve viaggio, dalla pronta vendita a prezzi molto più vantaggiosi che in Venezia, senza alcun aggravio o gabella, vi concorrono con frequenza da Rovino, Pirano, Isola e Muggia”.

Una situazione che spesso provocava anche vere e proprie rivolte popolari contro la Serenissima e contro il potere che la rappresentava in loco. Sintomatico il tumulto che sconvolse la cittadina di Isola il 19 aprile 1780, quando ormai erano evidenti le prime avvisaglie che qualcosa stava incominciando a cambiare. Come racconta il Morteani nel suo volume su Isola: “In questo giorno il podestà Contarini ottenne dal capitano di Capodistria alcuni sbirri e soldati per costringere i debitori del fontico all’effettuazione del pagamento e per visitare delle case dove supponeva vi fossero dei contrabbandi. Eseguite queste commissioni inutilmente, i soldati vennero incaricati di procedere all’arresto di un artigiano che si trovava sulla piazza, contro il quale si doveva procedere per una zuffa incontrata. Per tal fatto il popolo tumultuò e, quando il podestà tirò due colpi di pistola, perdette ogni rispetto, assalì il palazzo con sassate, una delle quali colpì il cancelliere; ed il podestà fu costretto a rendere il prigioniero”.

Ai fatti di Isola, altri ne seguirono in diverse località istriane. Così nel 1781 la rivolta finita nel sangue di Rovigno, poi i fatti di Pirano, di Capodistria, ecc., a dimostrazione che ormai il malcontento era sempre più presente.

Isola nelle vicende di confine e militari

Durante tutto il periodo riguardante il XVI e XVII secolo, tuttavia, l’Istria e Isola compresa, rimasero fedeli sudditi della Serenissima, sottomettendosi non solo alle condizioni poste e imposte dal regime tributario, ma contribuendo pure con uomini e mezzi alle vicende di guerra di Venezia. Così, nel 1615 – come descrive lo storico Morteani – Isola invia una supplica con la quale dimostra la sua volontà di partecipare ai preparativi per la battaglia di Gradisca, offrendo aiuto e appoggio alle truppe olandesi assieme a Capodistria e Pirano. In una relazione scritta all’epoca da Bernardo Tiepolo, si sottolinea che “A Pirano et Isola mandai li carissimi Consiglieri di Capodistria Diedo et Balbi per procurar l’istessa comodità d’alloggiamenti, et fecero anch’essi benissimo il servitio, essendo stati alloggiati contro l’opinion d’ogni uno in Capodistria, Piran et Isola…”

In un messaggio del 6 novembre , inoltre, Isola chiese il rifornimento di armi per poter far fronte ad una imminente minaccia da parte dei soldati della vicina Trieste: “La fedelissima terra d’Isola ha dimostrato in tutte l’occorrenze passate evidenti segni della sua fedeltà, et in quest’ultimo conflito in particolare seguito con Triestini à corso il comune rischio delle vite de’ suoi soldati parte de quali sono rimasti morti et parte malamente feriti; Cosa che però non ha ponto sbigotito quei fedelissimi sudditi anzi maggiormente ancora et infiamati d’esponer di nuovo le proprie vite et sostanze in servitio di questa Serenissima Repubblica, ma che gli apporta spaventoso timore di vedersi da molte notte in qua cinta da fuochi, che l’inimico va spargendo nelle ville vicine a lei confinanti del Territorio di Capodistria, et dubitando non poter resistere a un simile od altro improvviso assalto. Per essere la muraglia in alcune parte rovinosa e, la Terra seben abbodante di romeni coraggiosi atti al difenderla, tuttavia priva d’Artegliaria et od’ogni altra bisognevole provisione. Quindi, è che non potendo quella povera Comunità con le proprie riparare si grave et eminente pericolo con parte presa nel suo Consiglio ha destinato me Tomaso Manzuoli a piedi della Serenissima vostra acciò humilissimamente La supplichi, che conforme al solito della sua benignità si compiaccia in questo si importante et urgentissimo bisogno, non men utile pubblico che alli privati comodi socorerla con dar ordine tale che immediatamente sia ristorata la muraglia nelle parti rovinose concedendoli in altri Pezzi otto d’Artegliaria cento e cinquanta Moschetti con altrettanti Archebusi il tutto ben fornito con la conveniente monitione di corda belli Polvere con un bombardiero salariato sino a tanto, che durerà li presenti motivi di Guerra, che parerà alla somma Prudenza della Serenità Vostra restando sicurissimi che preservandoli tutti di quei fidelissimisudditi preserva anco con esse gli Animi di cinquecento Romeni dispostissimi a ogni minimo cenno di prender l’Armi per la conservatione ed esaltatione di questo Serenissimo Dominio.”

La risposta non si fece attendere molto. Già l’undici dicembre del 1615 Tomaso Manzuoli si trova a Venezia e sta caricando all’Arsenale una consegna di armi destinate a Isola, e come prescritto viene tuto regolarmente segnato e sottoscritto:

 “1615 addi 11 Dicembre in Venezia

Mandati di ordine di S. Serenità da questa casa dell’Arsenal alla fedelissima Comunità d’Isola caricate in Barcha di Patron Mennego Alberigo e consegnati a D. Tomaso Manziol Ambasciator di quella Terra.

- Falconi da 6 di Bronzo L. 1009 985. 974. 8oo con

 suoi letti et rude da Campo forniti del tutto. . . . . . . . . . . . . .              No.  4

Perere da 3. quatro. di L. 166. 131. 175 con sue

feramenta et zochi et rode da Campo fornite del tutto……                  No.  4

Mascoli da 3.8 per le periere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .                      No.  8

- Magi de fero do, et di legno doi . . . . . . . . . . . . . . . . . .                     No.  4

- Balle di fero da 6. quattrocento e sette in case quatro. .                  No. 407

Balle di piera da 3. dusento a rifuso. . . . . . . . . . . . . . .                      No. 200

Cochoni di legno per li Mascoli dusento et

cugni di legno dodesi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .                No. 212

Caze quattro di rame da sei astade con suoi modoli

da scovoli hastadi con suoi calcadori et do caraguoli

da sie hastadi . . . . . . . . . . . . . ……………………………..                  No.  4

Mesure de Banda quatro cioè doi per li falconi

da sei et do per li periere…………………………………..                   No.  4

Polvere fina S. 11 sachi grandi                                                        No. 13.

Pessano L. 1391 tara L. 141 resta netta ………………….                L. 1250

Polvere fina da 6. 12 cogli pessano L. 838

L. tara 86 resta netta ………………………………………..                L. 752

- Moschetti cento da forcina forniti il tutto in case 4 . . .               No.  4

- Arcobusi cento forniti del tutto in case cinque ………..               No. 100

Naturalmente, il governo veneziano non sempre era così sollecito nel rispondere alle richieste presentate dalle città suddite. Una cosa era aiutare la popolazione a difendere il territorio, altra era far fronte alle diverse necessità che volta per volta si presentavano. Come nel caso su citato, la Serenissima, oltre a fornire le armi richieste, ordinò pure ai suoi provveditori di restaurare le mura cittadine per far fronte ai temuti attacchi dei triestini. Tuttavia, ben consci dell’importanza che aveva per la Repubblica la fedeltà dei singoli territori, molto spesso usava il metodo del bastone e della carota, per cui di tanto in tanto offriva delle concessioni, come documentano, appunto, le svariate Ducali presenti anche in questo volume che, spesso rappresentavano delle vere e proprie deroghe anche dalle clausole statutarie del Comune. È noto, infatti, che Venezia cercò sempre di ostacolare qualsiasi iniziativa di avvicinamento tra le diverse città anche all’interno delle sue terre da mar. Anzi, cercò sempre di mantener viva quella rivalità che durante tutto il periodo veneto impedì alle cittadine di dar vita a qualsiasi forma di commercio che non riguardasse direttamente Venezia. Di conseguenza, anche per Isola la Serenissima non adottò sistemi diversi, cercando in tal modo di garantirsi l’assoluto monopolio commerciale. Sistema, come dicevamo poco fa, che a periodi mitigava con qualche piccola concessione.

Una ducale del 1417, per esempio, concede al comune di Isola di ritirare dalla vicina Capodistria alcune quantità di grasso, mentre un’altra ducale del 1420 le permette di acquistare grano per il proprio fabbisogno in Istria. Nel 1440, ancora, concede agli isolani di ritirare le entrate dei terreni che possedevano in territorio capodistriano. Nel 1444 Isola può acquistare 6 mila libre di formaggio all’anno in Dalmazia.

Oltre alle concessioni di acquistare merci per il proprio fabbisogno oltre che da Venezia anche direttamente dai comuni istriani e dalmati, a volte accordava pure permessi di vendita dei propri prodotti. Così nel 1468 Isola può vendere i propri vini rossi, la famosa ribolla isolana, le zonte e l’aceto alle località della Molisana e di importare da queste 400 staia di frumento, di legumi, oltre ad articoli di ferro lavorati, come manere, falci, badilli, coltellacci.

Raramente interveniva direttamente nei rapporti tra i singoli comuni, anche di quelli limitrofi. Lo faceva soltanto in occasioni particolari, quando una certa concessione rischiava di venir meno perché si scontrava con delibere statutarie di una delle parti. Una ducale del 1456, per esempio, ordina che i muscolati diretti in Istria per comperare il sale, nel viaggio di andata portassero carichi di frumento per Isola e Pirano. Carichi, tuttavia che non potevano venir scaricati senza prima aver pagato un dazio per attraversare un certo passo del territorio di Capodistria. La ducale intimava ai capodistriani di levare il rastrello o la sbarra liberando il passaggio: “Quomobrem mandamus vobis ut officialem quam costituistis ad dictum passim et rastrellum sine sbarram aut aliud impedimentum quod factum fuisset aad dictum passim removere debeatis…”

A partire dagli inizi del ‘700, le flotte da guerra straniere operavano ormai tranquillamente nell’Adriatico senza chiedere il permesso a Venezia, come avveniva nel passato. La potenza navale della Repubblica di San Marco rappresentava solo l’ombra delle glorie di un tempo. La sua cantieristica era di fatto sorpassata e dopo la guerra di Corfù (1716), vinta da Venezia con l’aiuto degli Asburgo e del Papa, l’Arsenale veneziano si limitava a produrre meno di una nave all’anno. Il ruolo di “dominatrice” era un ricordo lontano e la “terribile” flotta da guerra battente la bandiera del protettor San Marco stentava a proteggere i convogli mercantili dagli attacchi corsari o ad arginare il sempre più fiorente e cospicuo contrabbando delle cittadine istriane con Trieste e Ancona.

L’ingegno isolano sotto l’egida di San Marco

È vero che in tutto il Settecento Venezia godette di una incredibile stagione artistica: i suoi palazzi, le sue chiese, i suoi luoghi pubblici si arricchirono di un gran numero di opere d’arte. Venezia, infatti, diventò meta di viaggi di molti forestieri. Prese piede la scuola pittorica dei “vedutisti” con il Guardi e il Canaletto. All’interno dei palazzi, invece, trovò spazio l’arte di Giovan Battista Tiepolo. Nei teatro imperversò la vena creativa di Carlo Goldoni. Nella sua bottega di scultore Antonio Canova creò il Dedalo e Icaro, prototipo di quella scultura neoclassica che lo rese famoso in tutto il mondo.

Ciononostante, lo storico e studioso capodistriano di cose venete e istriane, Francesco Semi, nel suo volume “la cultura istriana nella civiltà europea”, constatò “che il dominio veneziano segnò una crisi nella storia dell’Istria, in quanto questa non ebbe più una storia propria: la storia di Venezia finì con il comprendere e l’avvolgere ogni vicenda istriana. Il traffico tra le due sponde non recò all’Istria da Venezia e da questa a quella soltanto merci, ma anche usi e costumi, che, se già da secoli i cittadini dei liberi Comuni adeguavano, come fatto naturale, a quelli della Serenissima, durante il dominio si intensificarono ulteriormente”.

La cultura dell’Istria in tutti i secoli del dominio veneto non può essere considerata che una propaggine della più ampia e ricca cultura veneziana, pur se anche questa non può esser definita che uno degli aspetti della cultura italiana. Rimane il fatto, che la presenza della Serenissima sul territorio istriano si protrasse praticamente dagli inizi di quel grandioso e universale processo conosciuto con il termine di “Umanesimo”, sfociato poi nel Rinascimento, fino a quell’altro importante processo storico e culturale del XVIII secolo, improntato all’Illuminismo e all’età delle Rivoluzioni sociali. Un lunghissimo periodo, quindi, che lasciò la sua impronta indelebile anche nel piccolo mondo isolano.

A partire dal tredicesimo secolo basti accennare soltanto ad alcune delle opere che sono state portate a termine sul territorio del Comune di Isola e ai personaggi, locali o immigrati che del proprio ingegno lasciarono traccia proprio in questa cittadina.

Se la Chiesa di Santa Maria d’Alieto è antecedente al periodo veneziano ed è certamente il primo edificio sacro di Isola, viene per la prima volta nominata in un documento del 1212, La costruzione del Duomo nella sua forma attuale, che si presuppone innalzato sulle fondamenta di una Chiesa precedente, viene iniziata nel 1547. La sua consacrazione avviene il 10 agosto 1553, quando viene dedicata a S. Mauro martire. Il campanile eretto presso il Duomo venne eretto nel 1585. Negli anni che seguirono vennero commissionati, acquistati o donati alla Chiesa i dipinti che ancor oggi possiamo ammirare. Tra questi il San Mauro Martire del 1580, attribuito ad Andrea Seccante; La deposizione della Croce, del 1582, di Palma il Giovane; La Madonna in trono con santi e committenti, del 1603, di Zorzi Ventura Caratino; La Madonna della cintura, del 1670, di Francesco Mintoti e La madonna del rosario, del 1589, siglato “Sub Praetura Coleti Decoletis / D. Petri Carlino et / D. Joannis Antonimi Contensino – 1589”; Il San Sebastiano di Irene da Spilimbergo, allieva del Tiziano, il San Giuseppe di Gerolamo di Santa Croce.

Nel 1353 viene datata anche la costruzione del Palazzo Municipale situato nei pressi della Chiesa dedicata alla Vergine Maria d’Alieto.

Poco meno di un secolo dopo, proprio di fronte alla Chiesa di S. Maria d’Alieto, venne costruita la casa del podestà Manzioli, risalente al 1470, in base alla scritta sull’architrave della porta d’entrata.

Nel 1536, su iniziativa del podestà Giorgio Alvise, venne riparato il molo e ampliato il porticciolo, mentre nel 1585 venne costruito il Fondaco. E’ probabile che a quel periodo risalga anche la costruzione del molo Sanità, che al tempo serviva da molo di imbarco e scarico delle merci destinate al fondaco con funzioni doganali e fiscali.

Oppure i personaggi che in Isola, chiamati magari dai singoli podestà a svolgere ruoli particolari nell’amministrazione della cosa pubblica, che finirono con lo stabilirsi definitivamente in città assumendo importanti incarichi e che dedicarono parte del proprio tempo allo studio o ad iniziative di particolare utilità per la cittadina. Pur non potendosi confrontare nemmeno lontanamente con le vicine Capodistria (denominata la Atene dell’Istria) o Pirano, merita accennare, tanto per nominarne qualcuno, a quel Petrus Campeni de Turbini, notaro e cancelliere del podestà Giacomo Benlegno, giunto a Isola probabilmente da Trapani, e che nel 1398 stilò uno dei primi Codici Danteschi tuttora conosciuto e ancora conservato a Parigi. Per arrivare al cartografo Pietro Coppo, autore delle prime carte geografiche del mondo dell’età moderna, compresa la prima carta geografica dell’Istria; allo studioso e letterato Nicolo Manzioli, autore tra l’altro di una prestigiosa “Nova descrittione della provincia dell’Istria”, pubblicata a Venezia nel 1611; al poeta Pasquale Besenghi degli Ughi , a suo fratello Giacomo, oppure al presule Antonio Pesaro, che volle ripristinare e continuare l’antica tradizione dell’istruzione pubblica a Isola. La prima scuola pubblica a Isola, anche se non è possibile paragonarla ai sistemi odierni, risale al 1419: a dirigerla un certo Benedetto Astolfi da Pola, pagato con 60 ducati d’oro dalla Fondazione che Venezia aveva costituito per garantire l’indipendenza della scuola. Al corso iniziale, in cui si insegnavano essenzialmente materie giuridiche e religiose, se ne aggiunsero altri due di carattere elementare e ginnasiale che consentivano di proseguire gli studi presso il Seminario di Capodistria o presso l’Università di Padova. Verso la fine del ‘700 il canonico Antonio Pesaro aprì una scuola a livello più elevato in cui vi si studiava in particolare grammatica e retorica. Un’ampia documentazione sui programmi e sui regolamenti è riportata nelle note pubblicate dal Morteani nel suo volume sugli Statuti isolani.

La fine della Serenissima e la tragedia di Isola

Mentre la vita del patriziato veneziano si trascinava tra feste e attività artistiche, però, nuovi grandi avvenimenti stavano sconvolgendo il mondo: le rivoluzioni americane e francese; l’avvento di Bonaparte stava prefigurandosi ormai anche nel mondo veneziano. Quando Bonaparte invase la pianura padana, Venezia rinunciò ad appoggiare e sostenere le città di Bergamo e Verona che si erano ribellate all’avanzata napoleonica. Cercò di ricorrere ancora una volta all’abilità diplomatica, ma l’ambizioso comandante francese passò all’attacco. La classe dirigente veneziana, troppo preoccupata di perdere i possedimenti di terraferma, accettò le incredibili condizioni e decretò la fine della Serenissima. Era il 12 maggio 1797. Solo il popolo, gli artigiani ed i bottegai si ribellarono, ma vennero presi a cannonate dal ponte di Rialto. Qualche giorno dopo Napoleone con il suo esercito entrò in Venezia e la saccheggiò¸ancora qualche mese e la città venne ceduta all’Austria, diventando così suddita dell’Imperatore.

Avvenimenti questi che coinvolsero direttamente anche le cittadine dell’Istria Veneta e che portarono nei primi giorni di giugno del 1797 ai moti rivoltosi di alcune città e, prima fra tutte, alle drammatiche giornate di Isola.

Le prime avvisaglie di ciò che si andava preparando ai danni della Repubblica di Venezia, tuttavia, nell’Istria si ebbero già a metà del mese di maggio del 1796, quando il podestà e capitano di Capodistria, Michiel Minotto (il patrizio veneto chiamato ad esercitare sui territori istriani la più alta carica di governo e amministrativa), diede ordine di levare 300 cernide per presidiare i confini veneti, mentre nei primissimi giorni di giugno dello stesso anno diede ordine di far leva ad oltre un migliaio di uomini.

Che cosa successe veramente con l’ultimo podestà di Isola al momento del passaggio della città dalla sovranità veneziana a quella degli Asburgo? Per molto tempo il fatto non venne particolarmente trattato e discusso nemmeno dalla storiografia giuliana, che pur si mostrò molto attenta e favorevole nel descrivere le vicende del dominio di San Marco. Anche durante tutto il periodo austriaco non lesinò di dimostrare, proprio attraverso l’attaccamento aalle vicissitudini della Serenissima, le proprie simpatie che sfociarono poi nel movimento irredentista e nazionalista italiano contro il potere viennese. Con una certa rilevanza ne scrisse appena Giovanni Quarantotti nel suo “Trieste e l’Istria nell’età napoleonica”, pubblicato a Firenze nel 1954.

 “Nulla di più naturale, pertanto – scrive il Quarantotti – che il sospetto che che da un gruppo di nobili, più interessati degli altri alla conservazione delle avite prerogative e dei privilegi di casta, si stesse occultamente brigando nell’intento di sottrarre l’Istria marittima al legittimo e beneamato dominio veneziano – e proprio mentre la Serenissima andava democratizzando il suo vetusto organismo e i non nobili potevano sperare larghi vantaggi sociali dalla caduta del regime aristocratico – per offrirne invece o agevolarne all’Austria, potenza straniera, feudale e militaristica, l’occupazione: nulla di più naturale, ripetiamo, che il sospetto di un complotto nobiliare austrofilo si doffondesse in un baleno per le città costiere istriane e, divenuto di colpo certezza, vi suscitasse un generale fermento contro i nobili nelle classe più umili della popolazione; fermento a cui certo non avrà mancato di contribuire anche qualche inveterato motivo di rancore di singoli plebei contro il ceto gentilizio, o almeno contro gli esponenti di esso più proclivi a far sentire ai sottoposti il peso dei propri diritti e privilegi.

“La situazione, preoccupante fin da principio, precipitò da un momento all’altro. Prima a passare dalle parole ai fatti fu la cittadina d’Isola, che il giorno 5 giugno, nella persuasione di esser venduta all’Austria e di avere già tra le proprie mura la bandiera imperiale, si lelvò a tumulto e vide invasa e devastata dai più furenti popolani la dimora del veneto podestà N.H. Nicolò Pizzamano, a torto supposto complice dei fautori dell’Austria; fatta oggetto d’insulti e di maltrattamenti la di lui famiglia; lui stesso costretto a fuggire di casa, percosso brutalmente da più persone e infine ucciso con una schioppettata a bruciapelo, mentre implorava grazia della vita; al suo corpo ancor palpitante, squarciato il fianco dal coltello di un forsennato; guastate inoltre e saccheggiate le abitazioni delle famiglie Moratti, Costanzo, Drioli e quella del medico dottor Giambattista Parè, a stento potutosi salvare rifugiandosi sul tetto, mentre un suo figliolo restava leggermente ferito. Riuscì tuttavia, senza fatica, al clero isolano, coraggiosamente guidato dal degno e popolare parroco don Antonio Pesaro, a tutti beneviso, di pacificare la cittadinanza con una solenne cerimonia religiosa tenutasi nel duomo il giorno 7.”

Pur mantenendo fedele il racconto dei fatti, più disinibita ed esauriente la descrizione che degli avvenimenti di Isola del 5, 6, 7 e 8 giugno 1797 ci offre lo storico piranese Almerigo Apolonio nel suo volume “L’Istria veneta dal 1797 al 1813”, pubblicato nel 1988 dalla Libreria Editrice Goriziana di Gorizia e dall’I.R.C.I. di Trieste.

“Perché a Isola l’agitazione popolare finì in tragedia?” si chiede l’Apollonio constatando che le carte processuali, conservate presso l’Archivio di Stato di Trieste non riescono a dare una risposta concreta al quesito. “Descrivono gli avvenimenti, riportano gli atteggiamenti, le invettive, le malefatte dei rei, le vane suppliche delle vittime, ma non parlano dei moventi. La folla inferocita appare agitata dalle accuse di tradimento rivolte contro il Podestà e soprattutto contro alcuni patrizi locali, ma noan sembra aspiri alla instaurazione di nuove istituzioni democratiche”.

Sembra comunque appurato che un gruppo di persone aggregate in una fazione locale e rappresentata anche nel Consiglio cittadino facente capo al farmacista Carlini, sia stato all’inizio di quell’incendio popolare tumultuoso avendo insinuato ad arte la voce del presunto tradimento del Podestà. Tanto è vero, che ben 15 membri del Consiglio civico compaiono negli atti processuali, che vengono pure condannati a pene minori e, alla fine, vengono pure espulsi dal Consiglio isolano. Sempre secondo le carte processuali, pare che il gruppo si fosse prodigato soprattutto nel diffondere la voce secondo cui appartenenti all’oligarchia isolana con in testa il Podestà si fossero messi d’accordo con rappresentanti dell’aristocrazia capodistriana per far venire nella loro città gli austriaci. Anche se niente sembra chiaramente dimostrato e “per amor di patria” anche molti storici in epoche successive hanno preferito respingere questa eventualità, Almerigo Apollonio è propenso a credere che “probabilmente quelle voci non andavano lontano dal vero”. Per avere una visione più chiara, naturalmente, sarebbe necessario analizzare il susseguirsi degli eventi negli anni successivi, sia durante la venuta dei Francesi, sia in quella successiva dell’Austria-Ungheria.

“In quegli anni – constata Almerigo Apollonio – Isola è un paese violento, basti ricordare l’episodio del 1780, e va considerato come un centro difficile ancora per parecchi decenni, anche se sarebbe impresa ardua cercar di individuarne le cause.” Sembra comunque che la divisione degli Isolani in diversi schieramenti fosse accentuata dalle competizioni per l’elezione dei Canonici. Ma, più probabilmente, l’odio verso alcuni singoli ritenuti più privilegiati venne sicuramente alimentata da una sostanziale uguaglianza di fortune, o meglio di miserie. Al contrario delle vicine città di Capodistria e di Pirano, il comune di Isola è territorialmente troppo limitato per offrire ad un numero consistente di suoi cittadini qualche opportunità di arricchirsi e uscire dalla mediocrità: un sentimento di rivalsa, quindi, che si trovò alla base di numerose animosità individuali e sociali nei confronti di quei pochi che, per fortune precedenti, erano riusciti ad emergere e porsi su un piano più elevato. Grazie ai traffici con Venezia, ma anche grazie ai contrabbandi sempre fiorenti con la vicina Trieste, ormai in piena espansione, con il Friuli e con la Carniola, Isola sta attraversando un periodo di grande vitalità che, però, non riesce a trovare sbocchi concreti nei limitati spazi comunali.

Nella mattina del 5 giugno, sparsasi una voce nella Terra d’Isola che fosse stata introdotta la Bandiera Imperiale, di cui venivano imputati autori Pietro Besengo, Giuseppe Moratti, Domenico Costanzo, Nicolò Orioli e il Dottor Parè, con l’intelligenza e l’assenso del Podestà Pizzamano, nacque una universale insurrezione e quindi fatto addossare le militari divise ad alcuni erano soldati reclute, comparvero auesti armati sopra la pubblica Piazza e quindi salite dai rivoltosi le Scale del Palazzo aprirono forzatamente la porta…”

 I rivoltosi malmenarono tutta la famiglia del podestà, compresa una figlia “puerpera da pochi giorni”. Misero a soqquadro tutta la casa, rovinando e distruggendo quanto riuscivano a trovare. Di fronte a tanta furia il podestà Pizzamano tentò la via della fuga cercando di raggiungere la casa del Moratti, ma venne raggiunto e ferito gravemente con un coltello da un certo Zuanne d’Udine. Un altro, Perentin, detto Bastianello, gli spaprò contro una fucilata che per il Pizzamano fu fatale. Nella confusione generale, infine, molti infierirono anche sul cadavere prendendolo a calci.

I rivoltosi, per niente ancora intimoriti della piega che stavano prendendo gli eventi, si diressero verso le case del Moratti e del Costanzo, entrambi notabili che, però, riuscirono a fuggire. Devastarono il negozio e la casa del Orioli e, sempre secondo le carte processuali, inseguirono il dottor Parè fin dentro casa e fin sotto il letto”, malmenandolo a tal punto che “parve uscito di ragione”. A ridurlo in quello stato, probabilmente, non furono soltanto i pugni arrecatogli dalla folla inferocita, ma anche il fatto che suo figlio finì col buscarsi una fucilata, per fortuna senza gravi conseguenze.

La folla, quindi, si diresse verso il più bel palazzo di Isola appartenente al nobile Besenghi che, pur essendo stato inserito dalle voci tra gli amici degli Austriaci, riuscì a cavarsela a buon prezzo, almeno in quella giornata, evitando anche il saccheggio della sua ricca dimora offrendo agli ospiti indesiderati “significativo consumo di cibi e vino per saziare l’ingordigia dei rivoltosi”.

Per quanto riguarda il Besenghi, tuttavia, come rileva lo stesso storico Apollonio, è necessario aver presente che per gli Isolani era ancor sempre considerato un forestiero che non faceva parte del Consiglio civico e che veniva considerato non appartenere alla dominante oligarchia locale composta dai Moratti, dai Drioli e dai Costanzo.

Il sommovimento che per obiettività non sarebbe giusto definire di carattere popolare, comunque, non cessò nel corso di quella giornata. Come descrive Apollonio nel suo volume “il Moratti e il Costanzo scapparono durante la notte successiva, il primo a Umago, l’altro a Capodistria, ma il 6 giugno intervenne il Parroco per pacificare gli animi e riportare la concordia. Il giorno 7 doveva celebrarsi la Cerimonia della Conciliazione e il Costanzo si ripresentò in città. Mal gliene incolse! Assieme al Besenghi e al Orioli venne tenuto sulla piazza in ginocchio, con il Crocifisso in mano, per alcune ore, e solo l’abilità del Clero evitò il peggio¸ma le minacce di morte, in quelle ore, non si contarono”.

Nei giorni successivi gli avvenimenti si calmarono, riprendendo però in altre città istriane. Tra i più importanti certamente quelli della vicina Capodistria che però non sfociarono in tragedia come successe a Isola.

Tempo dopo si celebrò il processo a carico dei rivoltosi e, in particolare, dei due personaggi colpevoli della morte del Podestà.

 “I danni vennero valutati in complessive Lire 36.410, somma che nella successiva sentenza venne addebitata ai colpevoli, ripartita tra un centinaio di “rivoltosi”, individuati per nome, cognome e soprannome. Ben inteso ci furono le condanne a morte in contumacia dei due assassini del Podestà, mentre i responsabili di atti di violenza contro le persone – in tutto una dozzina – si ebbero delle condanne ai ferri, una sola abbastanza severa di 10 anni, e le altre piuttosto miti.”

Nella seconda metà del XVIII secolo, i tempi stavano cambiando rapidamente. L’Europa intera stava attraversando un periodo di profonde trasformazioni sociali, intellettuali e culturali, alle quali la Serenissima con il suo complicato sistema di potere non seppe adeguarsi. Influssi e conoscenze che non tardarono a raggiungere anche le coste istriane e quella parte del ceto imprenditoriale che aspirava a ben diversi ruoli in ambito cittadino e regionale. Del lungo periodo di dominio veneto in Istria, alla fine dell’oltre mezzo millennio di presenza, anche a Isola rimasero molte testimonianze storiche, culturali e architettoniche, ma ben pochi rimpianti.

Certo, che il retaggio veneziano/veneto nella penisola – come rileva lo storico rovignese Egidio Ivetic - è in gran parte quello venuto su con la ripresa economica, demografica e sociale dopo il 1670-80. Il Settecento vede questo coronamento e lascia un’ampia eredità materiale che è possibile scorgere in ogni borgo dell’interno, oltre che sulla costa, laddove, posteriori rifacimenti non l’abbiano cancellato. I modelli architettonici delle città costiere, Isola compresa, influiscono anche sulle piccole chiese delle campagne. Oggi, dinanzi all’inarrestabile avanzata dell’ “industria del turismo”, l’antico regime istriano, le atmosfere genuine dell’Istria veneta, rimangono sempre più sepolte sotto le modernizzazioni urbanistiche ed architettoniche austriache, italiane e infine quelle degli ultimi cinquant’anni. L’antico regime istriano, soprattutto il dominio veneto, non è stato capito, anzi, troppo spesso è stato frainteso in chiave nazionale/nazionalistica. Eppure basta girare per la penisola per capire che i circa quattrocento anni prima dell’Ottocento dei cambiamenti interiori, delle identità, hanno plasmato la regione, le hanno dato quel qualcosa, in stupefacente sintonia con i suoi paesaggi naturali, che la rende originale e riconoscibile. Riuscirà Isola, proprio grazie a queste testimonianze, a conservare quello spirito che l’hanno portata nel 1253 e, successivamente, nel 1360, ad assurgere a comune autonomo, come testimoniato dai suoi Statuti? Oppure, per rivivere un’illusione di quello spirito, sarà necessario rinchiudersi in una stanza d’archivio e voltare antiche pagine ormai corrose dal tempo, consci che la conoscenza del proprio passato è il miglior strumento per vivere il presente e progettare il futuro.

Gli statuti comunali medievali

Secondo il Nuovo vocabolario illustrato della lingua italiana di G. Devoto e G.C. Oli del 1987, il termine statuto in quanto aggettivo, sta ad indicare la variante arcaica e letteraria di statuito, participio passato di statuire, e significa letteralmente fissato, stabilito (dal latino statutus, participio passato di statuere: “stabilire”). Dalla stessa fonte, apprendiamo ancora, che la parola statuto, in quanto sostantivo maschile, significa atto giuridico politico che esprime formalmente e solennemente i principi fondamentali che riguardano l’organizzazione di uno Stato (oggi più comunemente detto “Costituzione” o “Carta Costituzionale”). Storicamente, rileva inoltre l’Oli-Devoto, la parola Statuto, rappresenta in origine quanto ha valore di legge o di norma. In particolare nel Medio Evo, è la denominazione delle norme legislative proprie di ordinamenti giuridici particolari, e specialmente dei Comuni.

Riassumendo, possiamo dire, che la parola Statuto deriva dal tardo latino statutum, neutro di statutus, che sta a significare ciò che è stato deliberato, stabilito e rappresenta il corpo di norme dei Comuni medievali. In altre parole, è la denominazione dell’insieme di norme che, derogando alle leggi comuni vigenti in uno Stato, stabilivano per determinate categorie di persone estranee allo Stato ma in esso residenti, una più favorevole regolamentazione giuridica in tema di determinati rapporti di diritto privato (stato e capacità delle persone, diritti di famiglia e successori, ecc.).

Per quanto riguarda la penisola italiana, quindi anche buona parte della penisola istriana, che sentì sempre profondamente il proprio legame culturale e linguistico, gli statuti vanno collocati nella cosiddetta “età dei comuni”. Quel ciclo storico della penisola italiana, collocato tra l’XI e il XIII secolo, nel quale il rifiorire economico e demografico delle città favorì l’evoluzione verso forme politiche e di governo che comportavano libertà e prerogative giurisdizionali esercitate nel territorio urbano, o comunque, sul territorio del proprio comune, per quanto piccolo esso poteva essere.

Al passaggio dal primo al secondo millennio in diverse regioni d’Europa si avviò una fase di generale sviluppo: la popolazione era in aumento, gli scambi commerciali si intensificavano, l’economia si rafforzava: in questo clima i centri urbani riacquistarono quel vigore che avevano perduto durante i primi secoli del medioevo. Si ripropose allora il problema di produrre delle regole che consentissero la vita organizzata in comune di un numero sempre maggiore di persone. Nelle città in crescita lo sviluppo del sistema manifatturiero e commerciale modificò le basi della ricchezza e del potere politico, si formarono nuovi ceti borghesi, i contadini inurbati si trasformarono lentamente in artigiani, ma anche i nobili e gli ecclesiastici modificarono le loro attitudini economiche. Via via che le città si ingrandivano, i cittadini più facoltosi e potenti rivendicavano la libertà di governo, tollerando sempre meno l’autorità del signore feudale o quella ecclesiastica o, ancora, quella ancora più lontana dell’imperatore. Tale fenomeno, che portò alla nascita dei comuni, si manifestò praticamente in tutta l’Europa, ma in modi differenti da zona a zona, da città a città. L’area tedesca e quella dell’Italia Settentrionale furono le zone del continente nelle quali si radicò maggiormente l’esperienza storica dei Comuni.

L’organizzazione politica che si diedero i Comuni prevedeva l’elezione di rappresentanti in un consiglio della città e l’approvazione di statuti che ne regolavano la vita sociale e politica. A poco a poco, i Comuni ereditarono una parte delle prerogative regie e imperiali, come il diritto di emanare leggi, di riscuotere imposte, di organizzare eserciti, di aprire mercati, addirittura, nelle città più grandi, di battere moneta.

In Italia, nei primi tempi dell’età comunale, il potere supremo fu affidato a magistrati collegiali nominati dal consiglio ai quali venne attribuito l’appellativo, di ascendenza romana, di consoli: essi dichiaravano guerre, stringevano alleanze, concludevano trattati con altre città. Alla fase consolare succedette quella podestarile: il podestà era un magistrato unico, eletto per lo più tra i forestieri, ed esercitava un ruolo di mediazione tra le differenti famiglie, o fazioni del comune.

Per quanto riguarda le più grandi città italiane, va ricordato che nel corso del Duecento lo scontro politico ebbe un’impronta sociale, in quanto la borghesia organizzata nelle arti e nei mestieri, rivendicava diritti prima riservati ai ceti aristocratici. Le arti assunsero un’importanza crescente soprattutto a Firenze, una delle principali piazze bancarie d’Europa, fino a conseguire il controllo politico del Comune dalla metà del XIII secolo. A Milano e nelle città lombarde, cuore di un’economia artigianale molto attiva, si catalizzò lo scontro con l’autorità imperiale, rappresentata da Federico II di Svevia, imperatore dal 1220, che si concluse a favore di una lega di città libere del Nord Italia. Dalla fine del Duecento le tensioni sociali interne ai Comuni, le più articolate dimensioni economiche che coinvolgevano il rapporto tra città e campagna e infine l’esigenza di equilibri politici più solidi, portarono in molte città all’affermazione delle signorie.

È indubbio, che buona parte del nostro essere contemporanei, appartenenti ad una cultura e ad un’etica riconoscibili anche nel ventunesimo secolo, ha le sue radici in quel periodo. Un’epoca, che ci rimanda alla nascita di quella civiltà europea e mondiale che comunemente definiamo come inizio dell’era moderna. Un periodo che, grosso modo, coincide con la fine di un concetto della vita caratterizzato dall’era medievale e confluisce nei primi albori di una nuova coscienza e di un nuovo sviluppo del pensiero umano. Non a caso, infatti, i Comuni incominciarono a formarsi negli ultimi due-tre secoli prima dell’avvento dell’epoca delle grandi scoperte, dell’Umanesimo, del Rinascimento, dei grandi personaggi della cultura e dell’arte dei secoli immediatamente successivi. Tutt’oggi documentata dalle opere pittoriche o letterarie di allora, più ancora che dai resoconti delle vicende storiche, politiche o economiche. Anzi, sono proprio gli Statuti comunali i più fedeli interpreti delle realtà quotidiane di allora.

Quindi, anche se i primi Statuti sono datati a partire dal dodicesimo secolo, è il Trecento il secolo che dà il via ad una metamorfosi sociale che si protrarrà per tutto il periodo successivo, pur se l’evoluzione sociale e culturale del ’300 si interrompe bruscamente a metà del secolo. Tre anni di carestie e soprattutto il terribile flagello della Peste Nera, che raggiunge l’apice proprio nel 1348, prostrano tutta l’Europa e colpiscono duramente quella che era allora la realtà più avanzata, quella italiana.

Durante la prima metà del Trecento molte regioni e città conoscono gli effetti positivi della stabilità amministrativa, che coincide con la salda affermazione di famiglie egemoni nelle corti, in prevalenza italiane, come i Visconti a Milano e gli Angiò a Napoli, o di forme consolidate di governo oligarchico come nelle Repubbliche di Firenze e di Venezia. È grazie a queste situazioni che nelle principali città prende corpo un forte ceto imprenditoriale, mercantile e finanziario. Ed è sicuramente questo, poi, alla base di un rifiorire delle arti e di tutto il pensiero umano.

Che le cose stessero cambiando fu percepito innanzitutto proprio nel mondo dell’arte. Sono stati gli straordinari cambiamenti negli stili e nei contenuti che fecero comprendere l’avvento di un nuovo modo di pensare dell’uomo. Già il sommo poeta, Dante Alighieri, all’inizio del Trecento nella Divina Commedia racconta:

 “Credette Cimabue de la pintura / tener lo campo: ed or ha Giotto il grido / sì che la fama di colui è oscura.”

La testimonianza è raccolta da Giorgio Vasari nelle sue “Vite” e viene poi ribadita per secoli dagli storici dell’arte, facendo di Cimabue il capostipite dei pittori italiani, così come li vediamo e li studiamo oggi. È con lui, praticamente, che prende avvio la scuola fiorentina che, all’inizio del Trecento - come avviene in letteratura con Dante - impone la propria scuola e la propria lingua a tutta l’Italia e a tutta l’Europa.

Una considerazione molto importante, perché investe direttamente il ruolo dell’artista nella società. Un ruolo che oggi definiremmo di guida e di avanguardia dei diversi processi sociali che in quel periodo stavano prendendo corpo. Un periodo che ci fa comprendere la grandezza e l’importanza di un secolo che, soprattutto attraverso l’arte riesce ad aprire all’uomo moderno un orizzonte nuovo, una prospettiva prima inimmaginabile. Un periodo che oggi, comunemente, definiamo quello dell’”Umanesimo”.

Visto a mezzo millennio di distanza, l’Umanesimo può forse apparire come una parziale utopia, le cui premesse di armonia universale e di recupero di una civiltà governata dalla serenità del pensiero hanno trovato solo in parte realizzazione nel pieno Rinascimento, e tuttavia, assieme agli eventi scientifici, alla meravigliosa testimonianza della pittura e della letteratura, dello sviluppo del pensiero, di cui anche l’evoluzione giuridica degli Statuti comunali ne sono una valida testimonianza, resta nella storia del mondo, una delle epoche più esaltanti dello spirito e della mente dell’uomo.

Se l’Umanesimo quattrocentesco può essere considerato il riflesso di un’epoca di calma, di stabilità, di ricerca di armonia, la grandiosa e drammatica vicenda del Cinquecento rappresenta con pienezza sonora e potente un secolo di turbamenti e di guerre, di dubbi profondi e di slanci nuovi. Una situazione che non può non riflettersi anche sulla condizione delle città e dei comuni. Quindi anche delle regole che via via si danno con nuove aggiunte agli Statuti, e le cui trascrizioni vengono eseguite quasi totalmente nella lingua di Dante, invece che in quella latina, essendo questa ormai in disuso sia da parte dei letterati, che degli scrivani e dei notai municipali. Una situazione che non è diversa nemmeno nelle città istriane, che pur conglobate nel dominio della Serenissima, respirano a pieni polmoni il nuovo clima che sta arrivando e che pervade tutta l’Europa, e di cui proprio la penisola italiana sembra essere il baricentro.  

Il consolidarsi di grandi Stati nazionali, le nuove rotte commerciali suggerite dalle scoperte geografiche (uno dei più grandi cartografi dell’epoca era l’isolano Pietro Coppo), la lacerante riforma di Martin Lutero (Pier Paolo Vergerio il Giovane era capodistriano), l’avanzata minacciosa dell’impero ottomano, lo scoppio sconvolgente di epidemie gravissime: tutti eventi che seppur generati dagli enzimi creativi dei due secoli precedenti, scuotono dalle fondamenta gli assetti politici, economici e culturali del periodo con effetti decisivi su tutta la cultura europea.

Non a caso, secondo le categorie degli storici, il Trecento appartiene ancora al medio Evo, mentre il XV secolo segna l’aprirsi dell’Età Moderna. In Italia si consolida in modo definitivo la prevalenza straniera su ampi territori (tutto il meridione, l’ex Ducato di Milano), mentre la crisi dei traffici mercantili nel Mediterraneo provoca il drastico ridimensionamento dell’importanza di città portuali come Genova e Venezia. Per la città del Doge, addirittura, è proprio questo il secolo in cui prende il via un lento, ma inesorabile tramonto. Una condizione che investe direttamente anche tutti i suoi domini.

La data simbolo con cui ha inizio il percorso culturale del Cinquecento precede di qualche anno lo scoccare del secolo; è il 1492. Mentre Cristoforo Colombo scopre un continente nuovo, dando il via a una concezione radicalmente nuova del mappamondo e delle rotte nell’espansione coloniale, Firenze, la capitale dell’Umanesimo, viene sconvolta dalla morte di Lorenzo il Magnifico e dalle terribili predicazioni di Gerolamo Savonarola. Il domenicano subirà il supplizio quattro anni dopo, ma la sua condanna delle vanità, dell’edonismo, delle spensieratezze, scuote le coscienze degli artisti e non soltanto di essi.

Senza forzare i termini della storia, si può affermare che ogni ventennio del Cinquecento ha prodotto rivolgimenti profondi e - per così dire - senza ritorno, in un processo di costante rinnovamento, con qualche ansia per il futuro, ma nessun rimpianto per il passato. Ciascuno di questi periodi ha una ricchezza e una varietà di situazioni che non trova confronto in nessun altro secolo della storia europea, eccezion fatta, forse, per questo ultimo secolo Ventesimo, vissuto anch’esso tanto intensamente, da meritarsi la definizione di “secolo breve”.

L’espansione dell’impero ottomano nel Mediterraneo orientale è una minaccia concreta per tutto il territorio istriano e, in particolare, per Venezia che subisce la continua erosione di porzioni del suo territorio: nemmeno la vittoriosa battaglia di Lepanto nel 1571 riesce ad allontanare l’incombente pericolo turco. Nonostante ciò, il primo Cinquecento vede Venezia ricoprirsi di uno sfolgorante mantello di edifici classicheggianti, eretti da Sansovino e da Palladio. Ed è a quel periodo che risalgono i più bei edifici e le più belle piazze venete dell’Istria e della Dalmazia.

Il secolo si chiude con un panorama che sembra svuotato. L’avventura dell’uomo rinascimentale, incominciata nell’orgogliosa Firenze di Dante e di Giotto, come rivendicazione di un nuovo ruolo da giocare nel mondo (fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenze), aveva assunto lungo i decenni una dimensione e una profondità forse inizialmente imprevedibili.

Prendono avvìo nei secoli dell’Umanesimo e del Rinascimento il nostro attuale modo di vivere nel mondo, la nostra capacità di rapportarci con la Storia e con il destino, la nostra maniera di interpretare il presente come anello di congiunzione tra un passato appassionatamente studiato e un futuro serenamente affrontato. Il gusto per la bellezza sotto ogni forma, l’amore per la natura, la passione per la vita sono, più dei singoli capolavori dei più grandi maestri della pittura, della letteratura, della scultura e dell’architettura, la vera eredità del Rinascimento.

Al suo tramonto, il Rinascimento lascia il posto a una sensibilità nuova nei confronti dell’uomo, della natura, dei misteri del cosmo e del destino. È la generazione di Caravaggio e di Galileo, entrambi capaci di costruire un “cannocchiale” per guardare senza paura nel profondo dell’anima e nel buio della notte. Quelle strade dell’uomo e dell’universo che un secolo prima Leonardo aveva per primo indicato.

Lo statuto è la legge comunale per eccellenza del periodo medievale. Gli statuti per le corporazioni mercantili e professionali, per le famiglie, le associazioni extracomunali, o per classi di persone, presero infatti a modello proprio lo statuto comunale. Nelle città, lo statuto durò anche nell’età moderna e fu soppresso all’incirca alla fine del XVIII secolo, con l’avvento delle idee della Rivoluzione Francese. Alla base di esso c’era il breve, cioè il giuramento fatto dai magistrati neoeletti di comportarsi in un determinato modo, osservando determinate norme, nel rendere giustizia durante la loro carica e il controgiuramento prestato dal popolo in assemblea di attenersi alle decisioni giudiziarie dei consoli. Anno per anno si aggiungevano così al breve nuove disposizioni, che venivano a trovarsi in ordine cronologico e non sistematico; solo più tardi, verso il XIV secolo, si arrivò a una sistemazione della materia degli statuti, dividendoli in libri, dedicati al diritto pubblico, alle obbligazioni, al diritto di famiglia, al diritto penale, ecc. Gli statuti potevano riguardare argomenti generali o anche particolari (come quello del 1170 di Milano, che si occupava dei rapporti tra i proprietari di terra e i coltivatori). Ogni volta che una città si trovava a cambiare il proprio signore, si chiedeva a costui il giuramento di osservare le norme presenti negli statuti. In realtà, la gran parte degli statuti comunali fu revisionata e modificata tra la fine del XIV secolo e il principio del XVI dai diversi signori e principi nelle città, che li adattarono ai loro scopi politici. Nei secoli XVI, XVII e XVIII si ebbero infine raccolte di leggi signorili e principesche che posero gli statuti in secondo ordine.

Per quanto riguarda le regioni che si rifacevano alla cultura dominante di allora, quella latina, soprattutto nella penisola appenninica, muovendo dalla necessità di stabilire la compatibilità fra le norme di diritto comune applicabili a tutto il Sacro Romano Impero e le leggi di emanazione comunale (gli statuti) che spesso alle prime derogavano, insigni giuristi e uomini di cultura europei elaborarono in materia, fin dal XIII secolo, una serie di princìpi generali destinati a superare gli eventuali conflitti fra gli ordinamenti allora vigenti e in particolare quelli fra i vari ordinamenti comunali. A questi studiosi, probabilmente, si ispirarono anche i compilatori degli statuti dei comuni istriani, in buona parte in obbligo di rispettare prima le leggi del Sacro Romano Impero, poi il dettame della Serenissima. Ai giuristi italiani si devono fra l’altro alcuni principi fondamentali. Tra questi l’applicabilità al cittadino, ovunque egli si trovi, della legge di appartenenza in materia di stato, capacità e disciplina dei beni mobili (principio della personalità della legge); lo svolgimento del processo secondo la legge del luogo ove esso è celebrato  (principio della lex fori); la sottoposizione degli immobili alla legge del luogo di ubicazione (principio della lex rei sitae); e, infine, pure la disciplina delle successioni secondo la legge nazionale del de cuius.

La dottrina giuridica francese dal canto suo, si occupò particolarmente dei contratti, ed elaborò nei secoli fra il XVI e il XVII, nel periodo cosiddetto “francese”, la regola secondo cui essi sono disciplinati dalla legge nazionale scelta dagli stessi contraenti (lex pacti conventi).

Fu infine merito dei giuristi olandesi la collocazione definitiva dei suesposti principi nell’ambito del diritto internazionale (secolo XVIII, cosiddetto “periodo olandese).

Tali formulazioni, ulteriormente perfezionate nei periodi successivi, soprattutto per merito di studiosi italiani, e secondo cui la legge nazionale deve seguire il cittadino ovunque egli si trovi, e quindi risulta pienamente giustificata l’esistenza di norme di diritto privato necessario non derogabili dalla volontà degli interessati, costituiscono oggi i principi base della normativa internazionalistica dei rapporti giuridici privati, così come è stata accolta nei vari ordinamenti positivi.

Dal secolo XI al secolo XVII - generalizzando e facendo astrazione delle notevoli variazioni, nel tempo e nello spazio, degli assetti politici, giuridici ed economici, i comuni che si richiamano alla tradizione storica e culturale della penisola italiana rappresentano una realtà caratterizzata, a differenza di quella attuale, da una potestà legislativa autonoma ed estesa.

Strumento concreto di tale potestà è lo Statuto: termine generico nel quale si ricomprendono una tipologia assai ampia di fonti, differenziate sotto il profilo formale e sostanziale. Punto di convergenza delle fonti del diritto comune ed espressione del particolarismo giuridico che verrà riassorbito dalle codificazioni dell’età moderna, lo Statuto è la norma sancita dagli organi costituzionali a ciò preposti dagli ordinamenti particolari, che riconoscono sopra di sé l’autorità di un superiore: in contrap-posizione con la lex che è vocabolo tecnicamente riservato alla manifestazione normativa emanata nell’ordinamento laico dall’autorità suprema e universale, dalla quale, in questa concezione, ogni altro potere deriva: cioè dall’imperatore (Galasso).

Termine temporale convenzionale per la nascita degli statuti medievali è la pace di Costanza nel 1183, a partire dalla quale - più per effetto di concreti rapporti di forza tra i comuni e le autorità formalmente e sostanzialmente ad essi sovraordinate che non di quanto essa avesse stabilito - ogni comune si dà un proprio statuto.

Dal punto di vista della forma esteriore, il liber statutorum (il codice degli Statuti) assume il suo aspetto definitivo in un periodo relativamente tardo, contemporaneo ma più spesso successivo al momento della massima espansione dell’autonomia comunale, quando ormai si vanno affermando le signorie: fatto che può essere in alcuni casi interpretato come difesa delle comunità cittadine nei confronti di una nuova fase di organizzazione del potere. In origine infatti le norme statutarie erano materialmente conservate, secondo una tradizione diplomatica risalente all’alto medioevo, in pergamene sciolte, depositate in modo sequenziale negli archivi cittadini di cui erano custodi le autorità locali (ecclesiastiche, signorili, cittadine) ovvero notai o pubblici funzionari con questo incarico specifico.

A partire dall’età podestarile (1180-1250), anche per effetto di un incremento quantitativo delle fonti scritte, la documentazione comunale in genere e le norme statutarie in particolare vengono riorganizzate secondo la più leggibile e consultabile forma del codice (cioè del libro manoscritto formato da più fascicoli o quaderni): questo processo si inizia nelle città più importanti e dotate di maggiore autonomia per poi diffondersi e generalizzarsi, nel corso dei due secoli seguenti, nella quali totalità dell’Italia centrosettentrionale. Una prassi quindi acquisita anche dalla Serenissima e dai suoi domini. Primo nucleo attorno al quale si struttura il testo statutario è il breve (cioè il giuramento) dei consoli o del podestà, nel quale venivano formalmente e solennemente dichiarati gli impegni assunti nei confronti della comunità cittadina. Lunga è la durata del fenomeno statutario, che solamente le codificazioni statali del XVIII secolo riusciranno ad assorbire totalmente.

La conservazione, pubblicazione e trasmissione nel tempo del testo statutario è affidata al supporto materiale del codice manoscritto e, a partire dalla seconda metà del XV secolo, anche del libro a stampa, con particolari interrelazioni tra le due modalità.

Le redazioni manoscritte autentiche, dotate di valore probatorio sul contenuto del testo, conservate con particolari cautele e prodotte materialmente in una o più copie da notai incaricati di questa funzione, si riconoscono sia per l’apparato decorativo (iniziali figurate e ornate, fregi marginali, miniature, filigrane, rubriche) sia per gli elementi estrinseci di corroborazione (sottoscrizioni notarili, sigilli, note di cancelleria), sia per le cattive condizioni di conservazione. In genere uno degli originali era a disposizione dei cittadini all’ingresso del palazzo comunale, o della chiesa, o al banco della ragione assicurato da una catena. Le copie manoscritte ad uso privato e professionale - assai frequenti nel corso della vita secolare degli statuti - non presentano in genere gli elementi tipici delle redazioni pubbliche, salvo qualche occasionale decorazione.

La diffusione della stampa consente ai centri più importanti o comunque dotati di maggiori disponibilità finanziarie di pubblicare i propri statuti con le relative modificazioni ed integrazioni, cogliendo spesso l’occasione per una nuova redazione. In molti casi le edizioni a stampa si succedono nel tempo seguendo le modificazioni del testo.

Salvo rare eccezioni, gli statuti comunali sono redatti quasi esclusivamente in latino, almeno fino alla fine del XIII secolo, epoca a partire dalla quale una minoranza di documenti sempre più consistente viene compilata in volgare.

L’autorità del diritto romano affermatosi sia per la volontà restauratrice dell’Impero, sia per il prestigio della scuola di Irnerio e dei glossatori, impone infatti l’uso dei testi latini. Ciò comporterà la necessità di rendere noto il contenuto delle norme attraverso letture pubbliche in volgare, con traduzioni e rifacimenti. Questa dicotomia latino - volgare semplifica una realtà tuttavia molto complessa. Come conseguenza di questo nuovo stato di cose, sia il volgare, sia il latino fin dall’alto medioevo presentano termini giuridici tecnici e  specifici; per cui le due lingue per secoli interagiscono, producendo volgarismi in latino e latinismi in volgare.

Succede, inoltre, che nell’ambito di una stessa edizione sia frequente l’uso alternato delle due lingue. Oltre a tutto ciò, prima del XVI secolo (cioè della codificazione della lingua italiana) si è in presenza di più volgari regionali spesso fortemente caratterizzati.

In origine lo Statuto è espressione diretta della volontà popolare manifestata pubblicamente in assemblea. In questa prima fase la redazione scritta spesso appare non necessaria, in quanto il popolo conosce ciò che ha deliberato. Ma la progressiva espansione e articolazione delle materie disciplinate dalle norme statutarie impone l’adozione di procedimenti specifici dai quali la cittadinanza costituita in assemblea verrà gradualmente esclusa.

Le redazioni normative, dapprima predisposte dai consoli o da altre cariche elettive, sottoposte all’organo assembleare e infine firmatae per sacramentum da tutto il popolo, vengono poi affidate ai due consoli elettivi (il minore per la fase preparatoria e il maggiore per la fase decisoria).  A partire dal secolo XIII nei centri più importanti e successivamente nei centri minori prevale, con diverse modalità, una sostanziale delegazione legislativa agli statutari, giuristi incaricati di “examinare, augere, minuere, interpretare, corrigere statuta ac nova proponere”, nell’ambito di indirizzi e contenuti precisi e prestabiliti. La struttura degli statuti varia nel tempo. Il primo periodo (grosso modo fino alla metà del secolo XIII) è caratterizzato dalla cumulazione, in sequenza temporale, delle singole norme che seguono al nucleo essenziale rappresentato dal breve dei consoli o del podestà. Il numero elevato di queste norme, le frequenti modificazioni e interpolazioni, le difficoltà interpretative costringono a revisioni tese a evidenziare le norme più generali.

Nella seconda metà del XIII secolo (prima negli statuti cittadini, poi in quelli rurali, inizialmente in Lombardia ed Emilia, quindi nelle altre zone dell’Italia centro-settentrionale) alla materiale codificazione del testo (che viene cioè scritto su codici e non più su singoli fogli di pergamena) corrisponde una ripartizione formale per materia.

Gli Statuti vengono finalmente divisi in libri (collationes in Piemonte e a Bergamo, distinctiones a Siena, sectiones a Viterbo, tractatus a Firenze e Treviso) articolati in capitoli contrassegnati da rubriche in modo da “adgregare dispersa capitula”. Il numero dei libri (e quindi la ripartizione ideale) oscilla da due a ventiquattro, secondo una tipologia variabile temporalmente ma soprattutto geograficamente. Il paradigma può essere individuato nella classica e più diffusa divisione in cinque libri, anche se per gli statuti dei Comuni istriani, non si va oltre i quattro, e che sono grosso modo così organizzati, pur se con qualche eccezione:  il primo concernente il diritto pubblico (diritti e doveri dei pubblici ufficiali e attività e competenze degli organi consiliari); il secondo la giustizia civile; il terzo la giustizia penale; il quarto i “capitula extraordinaria”, relativi a materie di interesse pubblico (strade, mercati, ecc.) ma non comprese nelle attribuzioni originarie dei pubblici ufficiali; il quinto i danni dati (cioè la casistica del risarcimento del danno).

Espressione di una intensa dialettica economica e sociale, dunque, gli statuti - anche se fenomeno di durata plurisecolare - vengono continuamente modificati nelle loro norme e presentano nel tempo antinomie, sovrapposizioni, ripetizioni, lacune.

Il testo statutario deve essere letto e interpretato tenendo anche conto che ogni singola disposizione, o almeno ogni capitolo, ha una propria durata della vigenza temporale che non sempre è esplicitamente dichiarata. Inoltre lo statuto nel suo complesso varia nella sua vigenza territoriale a causa delle modificazioni nei rapporti di dipendenza tra la città e il suo territorio e tra le singole città.

Non a caso il criterio di interpretazione delle norme statutarie è quello della interpretazione autentica (dichiarata cioè dall’organo autore della disposizione) e non quello della interpretazione dottrinale, adottato per la lex imperiale, e spesso esplicitamente proibito da molti statuti. Ove l’autore della norma non fosse più fisicamente presente, l’interpretazione veniva affidata ad organi specifici, come gli organi collegiali titolari della funzione legislativa, ovvero la magistratura suprema del comune in quanto organo responsabile dell’applicazione, oppure un’autorità super partes come il vescovo o un collegio di giuristi costituito per questo scopo. Molti statuti richiamano con forza l’obbligo di attenersi ad una interpretazione letterale (“prout verba iacent, prout verba sonnt”).

Le associazioni corporative rappresentano un fattore essenziale sia della politica economica sia del sistema costituzionale del comune medievale, soprattutto di quelli di maggiori dimensioni. Esse sorgono nel XII secolo come associazioni spontanee, dapprima in forma di confraternita laica sotto la protezione del vescovo, poi di corporazione professionale con finalità economiche (acquisto delle materie prima, disciplina della produzione e della concorrenza).

Il problema storiografico della loro derivazione, con carattere di continuità, dai collegia romani, dalle scholae bizantine e dai ministeria longobardi sembra attualmente circoscritto a quelle professioni artigianali essenziali per la sopravvivenza della città (vettovagliamento, trasporti) che furono sempre sottoposte al controllo dell’autorità pubblica ma che si riorganizzarono in età comunale. Nel XIII secolo le corporazioni sono ormai dovunque diventate, più che organi tecnici di organizzazione professionale, dei veri e propri organismi politici costituzionalmente riconosciuti dal comune come collegi elettorali di prima istanza e con una giurisdizione delegata non solo per questioni strettamente inerenti all’arte (cioè all’attività imprenditoriale), ma anche allargata a molteplici settori pubblici (controllo della zecca, tutela dell’ordine pubblico, monopolio di certi dazi, controllo sull’esecuzione di certi lavori pubblici, difesa e responsabilità amministrativa di alcune zone del contado, ecc.

A scopo illustrativo riportiamo l’elenco delle 36 fratalie di Padova, tratto dagli statuti cittadini del 1362: notai, mercanti, tavernieri, pellicciai, calzolai, sarti, barbieri, medici, fabbri, correggiai, sellai, mastellari, giubettai (zupari), strazzaroli, beccai, muratori, bovai, pistori, linaioli, falegnami, pescatori, ortolani, fruttivendoli, barcaroli estivi, salaroli, ciabattini, arte del pignolato (canapa, cotone, lino), formaggiai (casolini), orefici, speziali, barcaroli invernali, mugnai, portatori di vino, segatori, tessitori, lanaioli.

Nel passaggio dal comune alla signoria - riferendoci naturalmente alle grandi città italiane - e quindi da un regime democratico a un regime oligarchico, le corporazioni perdono la propria funzione politica mantenendo fino alla fine del XVIII secolo quella economica. La politica signorile accentua il ruolo delle corporazioni nella vita economica, estendendone l’intervento anche alle categorie cui il comune aveva impedito di associarsi, razionalizza la loro struttura organizzativa fino a farne “dei veri e propri organismi parastatali”.

Nella città di Isola, per le sue dimensioni e per il numero modesto dei suoi abitanti, quindi anche dei mestieri che vi si professavano, non esisteva alcun statuto corporativo che riguardasse le singole categorie artigianali o produttive. Nè, a quanto ci consta, esisteva in alcuna altra città istriana. Tuttavia, certe regole, che ne delimitavano l’attività - soprattutto per quelle che venivano ritenute di pubblico interesse e di generale utilità per la popolazione, sono presenti nello stesso statuto comunale. Così, per esempio, abbastanza precise regole riguardanti la vendita e la produzione e la misurazione del vino, quelle sulla pesca e sulla vendita del pesce, oppure sulla cottura del pane (le pancogole), sui cacciatori, sui salinari, come pure sulle modalità inerenti la vendita o l’amministrazione di erbe medicinali, da non confondere con quelle attinenti ai maleficij, severamente constrastate e vietate.

È quasi certo, che anche nelle città istriane i primi Statuti Comunali siano stati elaborati, analogamente alle altre città medievali italiane, già nel corso del dodicesimo secolo. Lo storico Bernardo Benussi, per esempio, nel suo volume sulla Regione Giulia pubblicato a Parenzo nel  1903, rileva come il feudalesimo, introdotto nell’Istria colla conquista franca, non fosse riuscito a spegnere le precedenti istituzioni romano-bizantine, né a togliere ogni partecipazione dei liberi cittadini alla vita pubblica, ma avesse lasciato alla cittadinanza una notevole libertà d’azione in molta parte della vita municipale, nei giudizi, nei commerci, nelle imposizioni e persino nel pronunciarsi sulla pace e sulla guerra. Per cui, come rileva sempre il Benussi, non appena indebolite le regole feudali dagli eventi del nuovo millennio da poco subentrato, rinasce dagli avanzi della municipalità romana il nuovo comune, non per creazione, ma per evoluzione. Così, già nella prima metà del dodicesimo secolo non troviamo quasi più cenno della presenza degli scabini (uomini liberi, esperti nelle leggi e di buona condotta, che a partire dall’età di Carlo Magno, erano chiamati a costituire il corpo di giudici permanenti delle contee o delle centene). Viene documentata, invece l’esistenza del comune, quale corpo autonomo, e la persistenza nelle città di uno speciale diritto consuetudinario civile e penale. Con il passaggio graduale dell’autorità e del potere dalle mani dei vescovi e dei conti in quelle del comune, si incomincia a regolare e ad organizzare, fra il 1150 ed il 1180, anche la magistratura comunale con la creazione dei consoli. Un ulteriore sviluppo nel consolidamento del potere comunale avviene successivamente con l’istituzione e la nomina dei podestà, nelle cui mani viene accentrato quasi tutto il potere civile e, spesso, anche quello militare.

Con l’avvento del dominio della Serenissima, tuttavia, questa forma di autogoverno subisce in parte una riduzione, in quanto alle assemblee comunali viene tolta la possibilità di eleggere i propri massimi rappresentanti, competenza che viene consegnata nelle mani del Senato della Serenissima. Come rileva nuovamente il Benussi, l’ordinamento dell’amministrazione della giustizia e l’elezione di un podestà straniero ebbe per necessità la codificazione del diritto consuetudinario tramandato sino allora oralmente da padre in figlio, da generazione in generazione, in forma precisa, scritta ed avente forze di legge per tutti i cittadini. Ebbero così origine, fra il 1180 e il 1200 gli statuti delle singole città istriane che, parzialmente modificati, rimasero in vigore sino al dominio francese, sino al 1 maggio 1806, in cui fu introdotto il codice napoleonico.

Non tutte le città, naturalmente, si costituirono a comune nello stesso tempo. Prime furono proprio quelle che per prime riuscirono anche a liberarsi della giurisdizione vescovile. Così, nel 1186 troviamo pienamente organizzato e rappresentato dal podestà il comune di Capodistria, nel 1192 quello di Pirano, nel 1194 quello di Parenzo e nel 1199 quello di Pola. Una situazione questa, che riguardava principalmente le località costiere dell’Istria, cioè quelle che facevano parte del Marchesato d’Istria, a differenza dell’Istria austriaca, ove il sistema feudale continuava ad essere tuttora in pieno vigore. Il Marchesato era suddiviso in 18 comuni, dei quali 4 città (Capodistria, Cittanova, Parenzo e Pola) e in 14 terre (Albona, Buie, Dignano, Grisignana, Isola, S. Lorenzo, Montona, Muggia, Pinguente, Pirano, Portole, Rovigno, Umago e Valle). A capo di ogni comune si trovava il podestà, ad eccezione di Pola, nella quale Venezia mandava un proprio rettore con il titolo di conte, e di Capodistria, dove inviava un podestà-capitano, al quale veniva conferito anche il comando militare.

I territori che non facevano parte né delle città, né delle terre, anche se erano alle loro dipendenze, venivano semplicemente definiti come paesi. La Serenissima, una volta regolate le questioni inerenti il possesso delle terre istriane col patriarca di Aquileia nel 1291 (pace di Treviso), si trovò ad affrontare anche la necessità di ordinare in maniera stabile pure il comando militare della provincia, mantenendo in una condizione di sicurezza e tranquillità proprio i paesi, cioè la campagna. Con questo preciso scopo nel 1304 creò il capitano del pasenatico o paisanatico (capitaneus paysinatici Istriae), con residenza permanente a S. Lorenzo. A lui spettava il comando militare su tutte le città e sulle terre istriane, la sorveglianza ed il controllo di tutte le truppe, la direzione di tutte le misure di difesa della provincia, il mantenimento dell’ordine e della sicurezza nelle campagne. In alcune questioni fungeva anche da autorità giudiziaria in seconda istanza. Gli stessi podestà, d’altronde, erano obbligati sotto giuramento a prestargli tutto l’aiuto possibile in caso di necessità. Verso la metà del XIV secolo, esattamente nel 1358, il potere del capitano del Pasenatico venne scisso in due, cioè in quello a nord del Quieto (de citra aquam Queti), il cui comando venne affidato al capitano con sede a Grisignana, ed in quello a sud del fiume Quieto (de ultra aquam Queti), il cui comando rimase al capitano di S. Lorenzo. Entrambi i capitani duravano in carica un anno e svolgevano contemporane-amente anche la carica di podestà dei territori ove risiedevano. Merita ricordare ancora, che nel 1394, una volta entrata in possesso del castello di Raspo (considerato clavis totius custodiae Istriae), la Serenissima con la ducale del 20 giugno dello stesso anno, soppresse entrambi i capitani, concentrandone il potere nel capitano di Raspo con l’incarico di difendere l’Istria dall’Austria, padrona, come si rilevava allora, della Carsia e della Contea istriana. Infine, nel 1511, la sede del capitano venne trasferita e Pinguente, prendendo, naturalmente, il nome di capitano di Pinguente.

Il raggio d’azione dei podestà istriani, più che dalle regole statutarie, era stabilito dalle Commissioni che essi ricevevano direttamente dal governo della Serenissima o dal Capitulare, giurando al Doge prima di partire per la nuova sede cui erano destinati e che, comunque, lasciavano loro un certa libertà d’azione nell’amministrazione della cosa pubblica, sempre in conformità con le disposizioni degli statuti comunali. Nelle Commissioni, fra l’alto, si raccomandava ai podestà di consigliarsi con le magistrature preposte (habebis consilium si tibi videtur) come pure di ascoltare il parere del Consiglio (quorum consilio credes sicut tibi bonum videtur).

Secondo quanto afferma lo studioso Lujo Margeti}, la prima menzione  di statuti relativi alle città istriane si trova in una annotazione nel Thesaurus Ecclesiae Aquileiensis, dove si recita: “Item statuta Istrie in forma publica confirmata ed de novo facta per dominum patriarcham Pertoldum in MCCXXII”. Non è impossibile che il testo analogo o identico di non poche disposizioni degli statuti istriani dei secoli successivi e in modo particolare il contenuto analogo di alcune istituzioni giuridiche istriane siano da ricercare proprio in quella prima codificazione.

È proprio a Capodistria che si riferisce la prima menzione di uno statuto riguardante una città istriana. Infatti, nell’arbitrato del conte Mainardo III di Gorizia del 3 luglio 1239 si stabilisce che “dominus Patriarcha quando sibi placuerit intrare civitatem, debeat examinare statutum civitatis cum consilio sapientum civitatis.” Dunque, già prima del 1239 a Capodistria esistevano gli statuti.

Tuttavia, il più antico Statuto istriano giunto fino a noi è quello di Pirano che porta la data del 1307. Come sottolinea un attento studioso della nostra storia quale è Lujo Margeti} nel suo Prelazione e ritratto in Istria, pubblicato dal Centro di Ricerche Storiche di Rovigno nel volume Histrica et Adriatica, anche un attento esame dello Statuto di Pirano ci lascia intravvedere gli strati successivi che si accumulavano progressivamente arricchendo la disposizione originale di una data materia, sottolineando con sufficiente chiarezza la lenta evoluzione della norma originaria.

Silvano Sau

     

Franco Degrassi

Gli Statuti di Isola

Nella sua travagliata storia medievale Isola, così come le altre città istriane consorelle, dovette lottare non poco per tentare di conquistare la propria autonomia.

La conquista da parte di Carlo Magno e l’introduzione del feudalesimo portarono in Istria, per effetto delle frequenti concessioni elargite da parte di re ed imperatori, alla formazione di numerose signorie immunitarie e, fra queste, quella di Isola. Il sistema feudale fu sin dall’inizio avversato dalle popolazioni istriane in quanto veniva a ledere quelle libertà, ormai consolidate, che erano comu­nemente considerate garantite da antiche consuetudini. Per questo tutte le città istriane ingaggiarono una strenua lotta contro il sistema feudale, senza trascurare alcuna occasione, per far valere i propri diritti e riacquistare la propria autonomia. In questo contesto si colloca la vicenda di Isola e dei suoi abitanti.

Le fonti storiche ed i documenti fino a noi pervenuti dimostrano, in maniera inequivocabile, quanto sofferta sia stata la storia della nostra città, oggetto più volte di vendita e di scambio, trattata alla stregua di un qualsiasi bene venale produttore di frutti, senza per nulla conside­rare che ad essa ed al suo territorio facevano capo anche delle persone con la loro vita, la loro attività e la loro rete di rapporti e sentimenti.

Isola viene donata la prima volta nei 967, dall’impera­tore Ottone I al veneziano Vitale Candiano, fratello del doge Pietro Candiano IV, il quale a sua volta la vende, dopo qualche anno (nel 976), al patriarca di Aquileia Rodaldo; per quasi sessant’anni essa fa capo al patriarcato, fino a quando nel 1036 il patriarca Popone la cede, quale bene istitutivo della dote per la sua fondazione, al monastero delle monache benedettine di S. Maria fuor le mura di Aquileia, donazione che sarà di seguito confermata con vari atti, a riprova dei continui tentativi di affrancazione, rogati lungo tutto l’arco del XII secolo.

La giurisdizione del monastero era chiaramente espressa nell’atto di donazione e riguardava gli ordinamenti civici, le entrate: gabelle, dazi, pedaggi; ecc., ed ogni altra prestazione pubblica (“...in comitatu istriensi in loco qui vocatur Insula cum placitis et suffragiis et omnibus angariis publicis ad predictam ecclesiam Sancte Marie...”). Non ci è dato sapere però quale fosse l’autorità eserci­tata dal monastero durante l’XI secolo. Dai documenti del XII secolo apprendiamo invece che il monastero aveva il diritto di nominare un gastaldo, che doveva curare i suoi interessi nella città e relativo retroterra. Questi aveva il diritto di: riscuotere i dazi, le decime e tutti gli altri tributi; aver cura di tutte le rendite del mona­stero in territorio isolano; aver cura, assieme al giudice, della giurisdizione criminale e decidere, assieme ai giurati, in merito alle controversie riguardanti le rendite del monastero. Si trattava quindi di una giurisdizione ampia che passava dagli aspetti economici e finan­ziari a vantaggio del monastero sino all’amministrazione della giustizia locale.

Questa situazione, con questo assetto organizzativo, continua a durare fino a quando, con lotta lenta e paziente, ma continua, gli isolani non riescono ad affrancarsi dal governo feudale. Questa lotta si protrae per quasi un secolo e mezzo e porta al raggiungimento, nell’ultimo quarto del XII secolo, di un’autonomia municipale, non ancora ben documentata ed ancora oggetto di controversie con il mona­stero, a vantaggio del quale la città è sottoposta a pesi economici a carico dei cittadini, da soddisfare o in natura o in termini pecuniari.

Non è mio intendimento ripercorrere tutte le tappe di questa vicenda storica, ma è importante collocare tempo­ralmente la nascita del libero comune in quanto con la sua formazione vengono pure a nascere quelle istituzioni ed a consolidarsi quelle forme organizzative tipiche del potere cittadino che possono sì essere state, in un primo tempo, regolamentate da provvedimenti e consuetudini non scritti oppure scritti in maniera parziale e disorganica, ma che, con l’assumere il comune una sua configurazione istituzio­nalizzata ed un’organizzazione consolidata, per forza di cose devono essere state regolamentate da un insieme di norme raccolte ed ordinate in maniera più organica, cioè gli statuti.

La prima volta che il “Comune di Isola” è nominato in un documento medievale avviene, come rileva Miroslav Pahor, nel 1189, nell’atto di rinuncia, da parte del conte di Gorizia Enghelberto delle decime di Isola cedute dal vescovo di Trieste Bernardo al monastero di S. Maria di Aquileia.

Ciò sta a significare “che nell’oltre secolo e mezzo trascorso dalla donazione di Popone si era iniziato ad Isola un processo di natura politica, sociale ed economica che aveva portato alla formazione del comune. Le cause di questo fenomeno vanno ricercate, come per le altre città, nella lontananza e nella debolezza del feudatario, nell’esigenza di proteggere i diritti particolari e comuni dei cittadini, nella necessità di difendersi da attacchi esterni e in altri fattori che costrinsero la popolazione a riunirsi in assemblee, prendere determinate decisioni e risolvere i problemi che man mano si presentavano”.

Ben più importante e coraggioso è il passo successivo compiuto dal comune, con la nomina unilaterale da parte sua di Adeldo di Isola, a gastaldo cittadino, fatto questo documentato da un lodo del 1220 fra il comune di Isola e l’abbadessa Giselrada. Vediamo, a questo punto, che il comune ormai esiste da tempo, è insofferente della giuri­sdizione monacale e si sente sufficien-temente forte, tanto da poterla contrastare. Si registra così il tentativo da parte dell’autorità comunale di sottoporre al proprio controllo il gastaldo, mediante la sua nomina diretta, per influire in tale modo, attraverso un gastaldo cittadino che ben conosce la situazione della città, non solo sulle questioni locali di natura politica ed economica, ma anche su tutta la giurisdizione e sulla legislazione ad essa attinente. “Allo stesso tempo è evidente che il potere comunale sta aumentando, lentamente ma costante-mente, mentre l’autorità feudale si fossilizza nelle forme che aveva assunto già nell’XI secolo. Ed il potere comunale si consolida in breve tempo ed è sulla buona strada per assumere nella città tutta l’iniziativa politica, economica e giuridica, sulla via cioè di liberare Isola dal feudatario”.

Di estrema importanza è infine la pergamena del 1253, analizzata in maniera approfondita dal Pahor, la quale ci mette nella condizione di avere una visione chiara e defi­nita dell’organizzazione municipale allora esistente e fornisce la prova dell’affrancamento dal monastero, almeno dal punto di vista politico-giurisdizionale. Il documento, naturalmente stilato in latino, nella libera traduzione del Pahor, è il seguente:

 “Nel nome del Signore, amen. Nell’anno della sua natività, indizione XIma, dì primo maggio, nel palazzo del comune di Isola, in consiglio generale.

Presenti Wecelo Amaldi, Walteramo figlio di Simone e Nicolao figlio di Rupredo, che è camerario comunale, ed altri, i consoli di Isola Johannes Bonvinus, Walteramus Blasius e Walteramus figlio di Urso per volontà e con il consenso del maggior e minor consiglio posero e nominarono Venerio Paisane /di Paisana/ e Menardo Nastasie /di Anastasia/ quali propri certi nunzi, sindici, avvocati e procuratori nella causa che è in corso tra la signora badessa del monastero di S. Maria di Aquileia e il comune di Isola davanti al signor Gregorio di Montelungo, patriarca eletto della Santa Sede di Aquileia e al Marchese d’Istria. I nunzi, sindici, avvocati e procuratori (hanno diritto) in merito all’accordo o sentenza definitiva e al dibattimento di nominare testimoni, replicare, appel­larsi a tutto o a particolari, che per il detto negozio (ovvero causa) ritenessero opportuno. Quello che detti nunzi, sindici, avvocati e procuratori di detti consoli faranno (sarà fatto) per volontà e con il consenso del maggior e minor consiglio, con la promessa di attenersi agli ordini e di non contravvenire a nessun articolo.

Io Abelardo, notaio di Isola, fui presente e come già detto per ordine di detti consoli scrissi e confermai.”

Questo documento che, in fondo, tratta solamente della nomina di due procuratori, è molto importante perché, con poche parole essenziali, attesta quale fosse la configura­zione di governo e l’assetto organizzativo della città alla metà del XIII secolo. Esso infatti cita il palazzo comuna­le, il consiglio generale, il maggior e minor consiglio, il camerario comunale, i consoli, i nominati: nunzi, sindici, avvocati e procuratori, ed il notaio rogante. Manca l’arengo, ma ciò non significa che non esistesse anzi, l’analo­gia con la vicina Pirano dimostra che i consoli venivano eletti dall’arengo, quindi se esistevano i consoli (in seguito chiamati giudici rettori), che costituivano il vertice del governo cittadino, organo esecutivo dell’assemblea dei cittadini, ciò significa che esisteva anche l’organo politico più importante, l’arengo. Il compito dei consoli consisteva nell’assumere tutto il potere esecutivo quando scadeva il mandato di un podestà e lo mantenevano fino all’entrata in carica di quello succes­sivo; tra i loro compiti figurava anche quello di trovare un podestà da proporre all’arengo. Ma dato che il suo primo podestà lo ebbe non prima del 1254, si può ritenere che ad Isola, in quel tempo, i consoli governassero “in pieno”, che costituissero cioè il governo cittadino con tutti i suoi diritti e doveri (comune consolare).

Così nel 1253 troviamo ad Isola tre consoli, magistrati esercitanti il potere esecutivo; sorti con la libera costi­tuzione della città, il consiglio maggiore ed il minore, organi esercitanti il potere legislativo, ed un camerario del comune, i quali si trovano riuniti nel palazzo del comune per nominare solennemente due sindaci a procuratori per intervenire in causa contro l’abbadessa del monastero di S. Maria. Questo ci dimostra chiaramente che Isola è finalmente riuscita a svincolarsi dalla giurisdizione feudale del monastero ed è riuscita a costituirsi a comune indipendente. Il gastaldo diminuisce il suo potere ma rimane ancora per qualche tempo ad amministrare le rendite decimali del monastero, il quale ha perso, nel frattempo, il diritto alla sua nomina che spetta ora, come risulta da documento del 1260, a podestà e comune, alla badessa rimane solo il diritto di conferma che in questo caso viene rifiutato. Gli isolani sono così riusciti a far eleggere un proprio concittadino che proba­bilmente bada più agli interessi dei comune che a quelli del monastero.

Da quanto si evince da questi documenti, la struttura del comune si presenta con uno schema organizzativo complesso ma ben definito, comprendente da prima i consoli e poi il podestà, l’arengo, il maggiore ed il minore consiglio, che uniti ai consoli formano il consiglio generale, il camer­ario, ed altre figure istituzionali, ognuna con compiti e composizione ben definiti, con norme che ne disciplinano il diritto di accesso e di esclusione, con procedure che ne regolano il funzionamento, i diritti, i doveri e le sanzioni relative. Il complesso delle norme e regole è tale da far ritenere che molto difficilmente potessero basarsi solamente su norme consuetudinarie frutto di tradizione orale, ma che con maggiore probabilità rispondessero a norme scritte, raccolte magari, nei primi tempi, in maniera disordinata, ma sicuramente più ordinate in seguito, fino al punto da costituire un “corpus” ragionevolmente completo e coordina­to: gli statuti.

Con l’elezione del podestà, la cui carica fu creata nel 1254 con la nomina di Landone da Montelongo, podestà di Isola e di Pirano, come dice il Morteani “devesi ritenere ormai raggiunta la libera autonomia della città che si diede propri statuti, cioè ordinò tutte le leggi e le consuetudini che servire dovevano a regolamento della amministrazione comunale, alla legislazione civile e criminale. Colla dedizione alla repubblica veneta (1280) gli statuti furono certamente meglio ordinati, ma perdettero l’antica originalità, essendo che, se anche furono rispettate le leggi e le consuetudini del luogo, queste furono però modificate secondo le norme statutarie di Venezia. Al periodo evolutivo anteriore alla dominazione della repubblica succedono adunque i mutamenti posteriori ... e segnano un progresso nella civiltà in quanto furono abbandonate o mitigate le forme di procedura che ricordavano l’antica legislazione imposta dai Longobardi e dai Franchi, e furono sostituite da altre meglio adatte alle condizioni del tempo. Non devesi ritenere però che le antiche forme fossero del tutto scomparse: tracce di queste si mantennero nella legislazione criminale, come ognuno potrà persuadersi leggendo lo statuto”. Parlando poi dello sviluppo storico degli statuti di Isola, egli rileva che il primo documento che accenni alla parola “Statuti” è un’appellazione del 1324 e che, pochi anni più tardi, nello statuto dei 1360, è ricordato che i vicedomini erano già stati istituiti con lo statuto del 1338.

Le considerazioni svolte sulla nascita del comune di Isola e sulla formazione delle sue istituzioni municipali portano a far ritenere molto probabile che delle codifica­zioni statutarie fossero già intervenute man mano che dette istituzioni si consolidavano ed assumevano una loro configurazione più definita. Si potrebbe pertanto ipotizzare che una prima formulazione degli statuti, in maniera forse poco organica ed incompleta, possa essere stata elaborata qualche tempo dopo la nascita del comune, quindi nei primi decenni del 1200.

La prova più evidente dell’esistenza antica degli statuti e dei cambiamenti loro apportati in vari periodi successivi, la troviamo nella codificazione del 1360, nella cui introduzione si deplorano i difetti e le confusioni per le aggiunte e per le correzioni operate dai podestà prece­denti per cui di frequente sorgevano contese e divergenze d’opinione fra i giudici. Per eliminare tali discrepanze il podestà Giovanni Sanudo, coll’assistenza dei giudici del luogo, Vitale fu Veltramo Vitale, Michele de Vernerio, Almerico Albini e Matteo Marani, e coll’opera del notaro del podestà fece ordinare meglio e codificare gli statuti i quali, dopo la conferma del consiglio, furono sottoposti all’approvazione di tutto il popolo raccolto al suono della campana.

Lo statuto isolano più antico giunto fino a noi è quello del 1360; esso è diviso in tre libri: il primo tratta della legislazione criminale e comprende 95 capitoli. Il secondo tratta della legislazione civile e comprende 113 capitoli. Il terzo tratta degli ordinamenti interni, degli officiali del comune e delle loro attribuzioni e comprende 113 capitoli. Segue poi un quarto libro che contiene una serie di ducali, di aggiunte e di terminazioni del consiglio che vanno dal 1400 al 1559 e riguardano prevalen-temente casi speciali ed alcune correzioni.

Il codice originale del 1360 è scritto in lingua latina su pergamena, con scrittura propria del XIV secolo, ogni libro è preceduto da un indice scritto con inchiostro rosso e nero. Esso si compone in tutto di 86 carte, quasi tutte ben conservate, tranne alcune rovinate dal tempo. I tre libri sono scritti in stampatello, il primo ed il secondo libro sono completi, mentre il terzo contiene solamente i primi 16 articoli. Fu conservato, secondo quanto afferma il Morteani, per 227 anni dalla famiglia Manzioli. Il 23 agosto 1799 Marco Manzioli, prima di abbandonare la sua patria per recarsi a Treviso, lo donò a Pasquale Besengo, morto ad Isola nel 1814, per cui divento proprietà di questa fami­glia; si trova oggi nell’archivio di Stato di Fiume. È stato pubblicato a cura del prof. Luigi Morteani, nel 1888, negli “Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria”, ed a questa pubblicazione ho attinto per molte informazioni qui riportate.

Il testo dello “Statuto d’Isola” che viene proposto in questo volume rappresenta la versione cinquecentesca dell’originale latino e comprende tutti e tre i libri originari. Il manoscritto comprende pure il quarto libro, di data posteriore, contenente le ducali, le aggiunte e le terminazioni dei consiglio deliberate succes-sivamente, il tutto scritto in lingua volgare.

Il codice cartaceo dal quale è stato trascritto, misura millimetri 286 x 200, ed è formato da tre quaderni di spessore diverso l’uno dall’altro; le carte sono 132, numerate (26 ), 1-90, 92, (93-108). Esso è rilegato con copertina in cartone, che risulta quasi completamente coperta dalle note scritte da Giacomo Besenghi. Il codice è contenuto in una sovracoperta di pergamena con impressioni a secco di probabile datazione fine XVIII o inizio XIX secolo, con annotazione scritta a mano: “Libro storico della famiglia Conti”. Il testo dei primi tre libri degli statuti e delle relative rubriche è scritto da un’unica mano in corsivo cinquecentesco, databile fra l’ultimo quarto del 1500 ed il primo del 1600; il resto del codice risulta scritto da più mani, sempre in corsivo ma con diverse grafie databili dal 1600 alla fine dei 1700.

Sulla copertina, in alto, sta scritto in corsivo di pugno da Giacomo Besenghi:

 “Statuto d’Isola d’Istria dell’anno 1360 di privata appartenenza di me Giacomo de’ Besengo da Isola. Cittadino originario di Venezia ad intra et extra come in Diploma 13 8bre 1620. Cittadino di S. Lorenzo in Istria 1718 e similm.e di Pirano, di Parenzo e Capodistria, e Nobile di S. M. Francesco I Imperatore d’Austria, come da nomina 28 ottobre mille ottocento ventitrè, e Conte Pallatino Lateranense di Roma”.

Questo codice, appartenuto prima alla famiglia Besenghi e passato poi in proprietà alla famiglia Conti, è conservato oggi nell’Archivio Diplomatico della Biblioteca Civica di Trieste.

Per offrire almeno qualche spunto su quelle che sono le caratteristiche dello statuto isolano, così come ci è pervenuto nella sua versione in lingua volgare, forse val la pena di almeno accennare ad alcune sue peculiarità.

Sulle norme specifiche dei vari statuti istriani, molti storici hanno cercato di interpretare le origini e le derivazioni delle singole disposizioni, ricercandole sia tra le norme giuridiche delle legislazioni precedenti (romana, bizantina, germanica, longobarda, franca, ecc.), sia tra le antiche consuetudini delle popolazioni locali. Non sempre risulta semplice ed agevole dare delle risposte certe su quanto i “legislatori statutari” abbiano preso dalle codi­ficazioni e dalla prassi altrui e quanto invece sia dovuto al consolidamento di comportamenti tradizionali locali. In ogni caso, trattandosi in genere di disposizioni che ri­guardavano l’organiz-zazione del potere e le norme con le quali esso regolava la vita sociale del territorio governa­to, esse tendevano a rispondere ad un senso di comune opportunità ed equanimità che ne garantisse l’accettazione e la condivisione da parte della maggioranza degli abitanti gover­nati. Ed è così che troviamo norme talvolta molto diverse da luogo e luogo e, di converso, norme simili in ambiti territoriali più omogenei; a questo proposito è verifica­bile come i comuni dell’Istria nord-occidentale, Muggia, Capodistria, Isola e Pirano, siano i più omogenei, sia dal punto di vista temporale che di contenuto, rispetto a tutti gli altri, per la loro vicinanza e per la somiglianza delle abitudini e delle specificità.

Come in quasi tutti i comuni istriani, anche in quello isolano, viene dedicata particolare attenzione all’istituto del matrimonio, anzi al matrimonio secondo l’usanza istriana “a fra e suor”, ovvero “a fratello e sorella”, una formula che portava ad una perfetta fusione dei patrimoni del marito e della moglie tramite il matrimonio. Di questa formula esistono molte varianti ed anche negli statuti di Isola si parla di matrimonio “a fratello e sorella” secondo la consuetudine di “questa terra di Isola”.

Anche per la stipula dei contratti di compravendita lo statuto di Isola contiene qualche particolarità: ricordo la più significativa e cioè quella per la quale anche nella compravendita di beni immobili ad Isola i contratti potevano essere stipulati con una semplice stretta di mano. L’avvenuta vendita veniva proclamata, nella piazza d’Alieto (l’antico nome della città, forse di origine traco-greca: “aquila marinara” o “falco pescatore”), mediante “le cride”, ed il venditore ed il compratore dovevano giurare sul reale prezzo pattuito. Il fondo ter­riero così acquistato rimaneva inalienabile per un periodo di tre anni.

Interessanti pure le clausole inerenti il retratto, istituto molto spesso presente negli statuti istriani, il quale veniva concesso, originariamente, soltanto ai parenti e solamente per i beni paterni e materni. È quasi certo che tali disposizioni abbiano avuto origine nell’area tra Muggia e Pirano. Ma mentre a Isola e Muggia il diritto rimase in capo ai soli parenti del venditore, a Pirano venne concesso anche ai parenti della moglie.

Anche le norme relative al diritto ereditario presenti negli statuti istriani vantano alcune specificità locali. Secondo lo statuto isolano, i figli ereditano le sostanze paterne senza preferenze per il sesso maschile. Per quanto concerne l’emancipazione, nello statuto isolano, i figli emancipati dell’uno o dell’altro sesso “con specificata Dotte fuori di casa, ovvero in Casa”, non parteciparono alla suddivisione dell’eredità dei genitori, ma mantengono per sè la dote ricevuta.

I contadini friulani, e quelli di origine slava, che si trovano insediati nel territorio comunale, non possono ottenere la piena proprietà della terra, ma ne possono godere in un regime di “locazione perpetua”, una specie di usu­frutto trasmissibile con delle pesanti limitazioni. La terra può essere venduta soltanto a membri della stessa com­unità (o parentela), in caso contrario si perde la proprietà. Se la vendita è effettuata nei a favore di un discendente del primo acquirente, essa non è pienamente valida senza il consenso degli altri discendenti aventi diritto, che non hanno il possesso diretto della terra in vendita.

Queste brevi note solo per dare una minima indicazione di come e con quale peso i vari istituti del diritto civile fossero trattati nei nostri statuti, logicamente il maggior dettaglio della norma e la maggiore precisione nella sua definizione ci consentono di prendere atto di quali erano gli aspetti della vita civile più sentiti dalla popolazio­ne, ed indirettamente di sapere quali erano gli oggetti di più frequente controversia.

Ma gli statuti non si limitano a dettare norme di diritto privato, essi contengono pure quelle di diritto penale e di procedura civile e penale, nonché tutte quelle leggi, che potremo definire “di diritto pubblico” che consentivano al comune, quale entità territoriale autonoma, sia pure inquadrata nell’ambito di un organismo statuale più ampio, di autogovernarsi. La “struttura gerarchica del potere” ad Isola, come configurata dai suoi statuti è stata descritta dal Morteani al quale, per praticità, faccio riferimento per descrivere succintamente alcuni organi.

L’“Arengo” era l’assemblea pubblica di tutti i cittadini, che generalmente si riuniva, chiamato al suono della campa­na, nella “piazza di Comun”, cioè nella piazza Alieto, per essere messo a conoscenza e dibattere delle questioni della massima importanza riguardanti la città.

Il “Consiglio maggiore” costituiva la rappresentanza di tutto il popolo, cui spettavano le decisioni più importan­ti, come la legislazione, le imposte, l’elezione dei magi­strati, le dichiarazioni di guerra e di pace. Siccome la comunità isolana era suddivisa tra cittadini e popolani, soltanto i primi potevano entrare a far parte del Consiglio maggiore. Questo diritto spettava ad ogni cittadino che avesse compiuto i 15 anni e del quale uno degli avi o parenti stretti (padre, fratello, zio o altro) ne avesse già fatto parte. Era composto da cento membri, ed in caso di morte o decadenza di uno di loro, questi doveva essere rimpiazzato entro il termine di dieci giorni. Poteva succedere che, a causa della carenza di cittadini, per poter raggiun­gere il numero stabilito di consiglieri, venisse eletto nel Consiglio anche qualche popolano, sempre scelto tra le persone più rispettabili del comune.

Il “Consiglio minore” era composto presumibilmente da una dozzina di membri, eletti in seno all’Arengo. Ad esso venivano affidati tutti gli affari interni della città, in primo luogo il problema del rifornimento di cibo e degli altri generi di prima necessità, le questioni del commercio e dell’artigianato, probabilmente anche quelle delle saline e della popolazione rurale. Non erano di sua competenza l’emanazione di leggi, le tasse e, probabilmente, nemmeno le costruzioni navali e la marina.

I “Giudici” erano quattro ed erano eletti dal Consiglio maggiore per un periodo di quattro mesi. Assistevano il Podestà nell’amministrazione della giustizia, che era esercitata sulla base degli statuti; dovevano presentarsi al Podestà ogni mattina, e non potevano allontanarsi da Isola senza il suo permesso.

Ufficiali minori ma di rilievo erano:

I “Vicedomini”, importanti funzionari addetti alla cancelleria del Podestà, con il compito di registrare tutti gli atti (instrumenti) di particolare importanza: compra­vendita, donazione, permuta, livello, cessione, divisione, pignoramento e testamento.

Il “Nodaro”, notaio, figura tipica del diritto medievale italiano, che rogava ed autenticava i contratti, attribuendo la “pubblica fede” agli atti da lui sottoscritti.

I “Camerlenghi”, in numero di due, che tenevano i registri delle rendite e delle spese del comune e dovevano renderne conto al podestà, presenti i giudici, e leggere i rendiconti nel Consiglio.

I “Cancellieri”, in numero di due, che erano tenuti a stare sempre agli ordini del Podestà e seguirlo ovunque fosse necessario, dovevano presenziare alle sedute del Consiglio, registrare le rendite e le spese del comune e custodire gli archivi comunali.

Il “Cancelliere pretoreo”, una specie di segretario particolare del Podestà con anche funzioni notarili. Era questa una carica particolarmente prestigiosa alla quale accedevano persone che si distinguevano per capacità e cultura. Restavano in carica per la durata del mandato podestarile e non potevano essere rieletti se non dopo due anni,

Numerose erano le altre figure, che potremo definire “istituzionali”, che componevano l’organizzazione del comune e che, con la loro opera, consentivano il funzionamento del complesso organismo municipale, ognuno con le sue competenze e con le sue responsabilità ben definite. A solo scopo conoscitivo ne elenco alcuni significativi: il “Cavaliere di corte”, il “Fontecaro”, cui spettava il l’amministrazione ed il controllo del Fondaco, i “Giusticieri”, addetti al controllo dei pesi e delle misure, gli “Estimatori”, che stabilivano il valore dei beni mobili ed immobili, i “Ballottini”, il “Comandatore”, il “Contrador”, gli “Esattori”, i “Misseti”, i “Guardiani” e “Saltari” delle vigne, il “Capitano” di Valderniga, ed altri ancora.

Una volta di più l’analisi di questa organizzazione, messa in atto dal comune nella fase matura della sua vita, ci fa ritenere che, anche negli altri periodi della sua vita, compresa la fase iniziale, cioè un secolo - un secolo e mezzo prima della stesura di questi statuti, altri ne siano stati scritti, meno precisi, meno articolati, meno complessivi, ma pur sempre vere e proprie codificazioni.

 

Introduzione  agli  Statuti d’Isola

Lo Statuto originale, scritto in lingua latina su pergamena, è composto, come rileva il Morteani, da tre libri scritti a stampatello, e fra mezzo trovasi qualche ducale e qualche terminazione del consiglio scritta in corsivo

Lo statuto, che qui si pubblica nella sua versione in lingua volgare, si compone di una Rubrica, di un Prologo e di quattro Libri che trattano, i primi tre, rispettivamente dei Malefici, degli Atti civili, e degli Officiali et il loro Officio, il quarto invece non porta alcun titolo e che contiene una serie atti modificativi, quali alcune terminazioni del consiglio, oppure integrativi delle norme contenute nei libri precedenti.

La suddivisione in quattro libri si riscontra frequentemente negli statuti istriani, anche se, nella ripartizione per materia, questa risulta collocata in maniera diversa e con estensione più o meno ampia e particolareggiata, in quanto ogni comune intendeva regolamentare l’attività e la vita dei propri cittadini in funzione delle specifiche necessità ed interessi. 

Esso fu promulgato il 5 di novembre del 1360 dal podestà d’Isola Zuanne Sanudo, presenti i giudici del comune: Vidal q. Beltrame Vidali, Michiel Varnerio, Almerigo de Carlo Albini, Mattio del q. Domenego Marani, e del notaio del podestà Ser Nicolo.

Il Prologo, che segue l’invocazione a Gesù Cristo, si presenta ampio ed ampolloso e parte dalla creazione del mondo per spiegare l’origine delle consuetudini e quindi delle leggi, ma comunica pure delle cose importanti in quanto fa riferimento agli Statuti precedenti che erano diventati in alcune cose discrepanti, in altre superflui ed in molte oscuri e confusi, tanto che molte volte provocavano tra i giudici “contentioni, altercationi, et diverse opinioni” e ci comunica che i presenti Statuti sono stati “confirmati, e corroborati tanto per il piccolo, che per il gran conseglio, e … laudato da tutto il Popolo al suono di Campane conngregato”; ci certifica quindi l’esistenza di Statuti di molto precedenti a questi e forse contenenti norme non più congruenti con il nuovo ordine instaurato con la dedizione a Venezia, ci fa conoscere pure la procedura adottata per la loro approvazione: la manifestazione di volontà del podestà, e presumibilmente dei giudici, ad intraprender una nuova codificazione, le indicazioni e gli indirizzi forniti agli estensori, i cui nomi purtroppo non sono indicati, e la procedura della loro solenne approvazione che richiama ai principali organi del governo della città, tutti già documentatamente esistenti nel 1253, con l’unica eccezione del podestà che nel frattempo ha sostituito i consoli.

Altro elemento importante contenuto nel Prologo è costituito dai principi che questi detta in termini di applicazione delle leggi, i quali, in linea di massima sono validi tuttora; infatti, considerato che non tutti i casi possibili possono essere previsti, stabilisce che: ”quando succederanno casi impensati non compresi nei presenti Statuti, si habbia a ricorrer a quelli che sono ai medesimi più simili, e così di simili a più simili. Ma se non si trovasse caso simile, si corra alla consuetudine approbata. … non si trovasse la consuetudine all’hora … haveremo disponer … in quel modo le parerà giusto, e meglio alla sua prudenza”. Colpisce la vicinanza di questo dettato a quanto stabilisce il nostro Codice Civile sull’applicazione della legge in generale dove in termini di interpretazione della legge dice: “Se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato”.

Il “Libro Primo: De Statuti de Maleficij” si compone di 95 capitoli e tratta della legislazione criminale. Le norme, pur non seguendo sempre un ordine rigoroso, presentano nella loro successione una certa logica che riflette, in qualche misura, la gravità del delitto commesso e la conseguente severità della pena. I singoli capitoli sono in generale molto concisi, descrivono brevemente il reato, le pene da irrogare a seconda della sua gravità e quasi sempre terminano con la formula di rito “e più, e manco ad arbitrio del Signor Podestà” o simile, che lascia in mano al Podestà la possibilità di aumentare o diminuire, sulla base di sue insindacabili considerazioni e valutazioni, la pena prescritta. Nella sua ultima parte il libro perde sensibilmente la sua organicità ed i reati e relative norme repressive sono elencati un po’ alla rinfusa, senza un chiaro ordine prestabilito.

Il libro comincia, quasi come logica continuazione dell’invocazione, con la punizione della bestemmia, delitto considerato odioso e grave, ma che tuttavia, come la gran parte dei delitti, può essere espiato con il pagamento di un’ammenda che, se non pagata, obbligherà il reo confesso o convinto ad espiare con una giornata alla berlina “legato alla colonna di pietra la quale è in piazza sopra il porto”. Probabilmente questa colonna munita degli anelli nei quali far passare le catene si trovava davanti al Palazzo comunale, di fronte al porto ed a lato del pilone dello stendardo di cui si ha notizia.

 Segue quindi una serie di capitoli dedicati alle violenze perpetrate contro le persone, messe in atto sia nel territorio del Comune che fuori. Le pene sono molto differenziate e variano a seconda dell’entità della violenza e dell’importanza dell’offeso; tuttavia vale il principio che debba “esser dato minor pena ai cittadini, che ai forestieri”, e quello “che gli uomini di Venetia non s’intendan esser forestieri.”. Incontreremo ancora qualche norma di questo tipo, più blanda verso i concittadini e più severa con i forestieri, mentre i cittadini veneziani godono di una specie di immunità extraterritoriale di assoluto privilegio. Ovviamente sono considerati più gravi gli atti contro il podestà o il suo vicario, seguiti da quelli contro i suoi officiali e quindi gli altri; le pene che ne conseguono rispettano tale gerarchia e vanno dall’impiccagione, nel caso di ferimento del podestà, al taglio della mano che ha percosso, all’esilio ed alla prigione, tutte però, tranne l’esecuzione capitale, assolvibili pure con il pagamento di una somma adeguata. Altre norme, indirizzate alla difesa dell’integrità personale di tutti i cittadini, individuano e sanzionano varie fattispecie di delitti contro la persona, quali: assalti, ferite, lesioni, percosse, insulti e loro istigazione; costituisce un’aggravante se vengono commessi nel palazzo del Comune e nelle piazze ed aree confinanti. L’omicidio è punito con l’esecuzione capitale, l’amputazione di un arto con l’amputazione di analogo arto se non viene pagato il risarcimento dovuto.

E’ vietato a tutti portare armi per ferire o “fraudolentemente” (non autorizzati) e chi contravviene è punito con pene pecuniarie di diversa entità a seconda dell’arma portata, con l’aggravante se il luogo rientra nei confini della piazza e dintorni.

Non è ammessa la partecipazione all’arengo armati e con “animo irato” e chi vi fa strepito viene punito, e così pure chi ingiuria il podestà, il suo vicario, gli officiali e chiunque altro.

 Il furto è punito con pene pecuniarie di varia entità a seconda del valore delle cose rubate, ma se il ladro non paga è soggetto a pene corporali che vanno dalla fustigazione per il furto fino a cento soldi, alla fustigazione e bollatura per il furto sopra cento soldi fino a dieci lire, all’amputazione di un piede per il furto sopra dieci lire e fino a venti, all’amputazione di una mano e un piede per il furto sopra ventilare e fino a quaranta, e l’amputazione di un piede, una mano ed un occhio per il furto fino alle sessanta lire. Reati collegati sono la ricettazione ed il rinvenimento non denunciato.

Anche l’incendio di casa altrui sarà punito con il taglio di una mano del colpevole, se questi non avrà risarcito completamente il danno provocato.

Particolarmente crudele è la pena per chi, reo confesso o convinto (costretto ad ammettere), avrà ammesso di aver dato a qualcuno da mangiare o da bere qualcosa o di aver fatto “strigarie o maleficij”, per la qual causa potesse morire o divenir pazzo, il quale, se uomo, sarà impiccato per la gola e, se donna, bruciata viva. Chi farà fatture o atti di stregoneria sarà frustato e bollato e, se resterà vivo, perpetuamente bandito.

Anche la violenza sessuale è contemplata ed è punita con il carcere, secondo la condanna inflitta dal podestà. E così pure il gioco d’azzardo, le cui vincite e perdite non hanno valore.

Lo statuto descrive e sancisce tutta una serie di reati collegati al commercio ed all’attività economica, offrendoci un indice indiretto del rilievo che questi fenomeni assumevano nella vita cittadina. Così troviamo che sono vietati e quindi puniti: la vendita di merce falsa, il cui venditore confesso sia “notato d’infamia”, il pagamento con moneta falsa, l’imbroglio sui pesi e sulle misure delle merci vendute nonché l’acquisizione e la vendita non autorizzate di beni ed in frode ai creditori. A particolari regole è sottoposta la vendita di vino da parte dei “tavernari”, ed anche l’assunzione di incarichi da parte di “servitor o mercenario”, a favore di qualcuno, quando è già al servizio di qualcun altro è punita, e così pure la sottrazione al di fuori del territorio comunale di famiglio o mercenario.

L’assolvimento degli impegni assunti da parte del debitore è garantito dal pegno e dall’esecuzione forzata, istituti che trovano una prima codificazione in questo libro, ma che saranno più dettagliatamente definiti nei loro termini processuali nel secondo libro.

Sono pure contemplate una serie di norme tendenti, in senso lato, alla salvaguardia della proprietà terriera e del territorio comunale e così il podestà può interdire, se non in regola, la prosecuzione di un’opera o di una messa a coltura già iniziate, l’affittuario insolvente di terreno comunale deve pagare i danni al Comune, è proibito accender fuochi nei terreni se non autorizzati dai proprietari, è punito lo spostamento dei confini, sia del Comune che delle private proprietà, e così pure il danneggiamento delle strade pubbliche o consortili, ed infine anche la caccia, che potrà svolgersi da marzo ad ottobre, è regolamentata. 

Tratta quindi della confessione e della testimonianza, costituenti queste il principale mezzo di prova per individuare il colpevole, le quali, considerati i tempi e le abitudini, non sempre potevano offrire garanzie certe di verità, infatti la confessione poteva essere estorta e la testimonianza viziata dall’interesse economico che poteva avere il testimone in quanto veniva compensato con una parte della pena pecuniaria pagata dal reo.       

Gli ultimi reati rubricati sono quello dell’usura, del furto sacrilego di cose di chiesa come calice, croce e stendardo di Comun, che non possono essere ne compensati ne rifusi con beni analoghi, e la bigamia del forestiero già sposato che, venuto ad abitare a Isola, avesse quivi preso un’altra moglie, la pena prevista e la prigione finché non avrà pagato “lire dusento e più ad arbitrio del sig. Podestà, rispetto alla qualità delle persone e del negocio”.

Verso la fine del libro c’è un lungo articolo dedicato al giuramento che tutti i “vicini” devono prestare, quindi un obbligo rivolto a tutti gli abitanti, senza distinzione di casta, nella loro qualità di appartenenti al tessuto sociale della città e facenti parte di una vicinia, urbana o rurale che sia. In sintesi dice che tutti devono giurare fedeltà al Doge e poi al Podestà e quindi a Venezia, e che per tutto il periodo del suo reggimento si impegnano ad obbedire al podestà, conservarlo, custodirlo e consigliarlo, aiutarlo a mantenere e custodire “il Stato di Comun di questa Terra”; di non aiutare i messi al bando e di partecipare all’Arengo, e rispettare i provvedimenti del podestà, non diffondere le notizie segrete, non cospirare, non rubare e non celar furti. Questo giuramento deve essere fatto, quanto prima, a cura dei capi contrada, dai vicini da quattordici anni in su, ed a cura dei massari, dai loro famigli.

 Qualche breve considerazione finale, i reati che trovano la loro regolamentazione nello Statuto sono, con molta probabilità, quelli più frequenti, quelli per i quali la sensibilità istituzionale e popolare è più marcata. Si evince dai testi la volontà che nei processi si ottenga dal reo una piena confessione o, per lo meno una ammissione. Tutte le pene, salvo alcune gravissime, sono assolvibili monetariamente, quindi chi è ricco può può sempre evitare le pene detentive. Le multe pagate vanno ripartite, in proporzioni variabili, fra chi ha denunciato il reo, chi ha subito il reato ed il Comune, il cui bilancio per una parte rilevante è sostenuto da questi introiti.   

Il “Libro secondo: Di Atti Civili”, si compone di 114 capitoli, ed è preceduto da tre capitoli non numerati che trattano, dandone un’ampia descrizione, “delle ferie, e giorni feriati”, cioè dei giorni nei quali non possono esser fatti atti giudiziari . Questo libro è molto più ampio del precedente e tratta in modo molto dettagliato le varie partizioni del diritto civile, con un ordine di trattazione che ricorda, almeno per le parti iniziali, le partizioni del nostro Codice Civile. Prima il diritto di famiglia e relativi rapporti economici (fra i coniugi e prole), quindi il diritto delle successioni, poi la proprietà e le obbligazioni, ed infine norme procedurali e disposizioni di vario tipo.

Con una premessa “acciocchè ne resti memoria perpetua nelli posteri” il podestà Stefano Erizzo ricorda che, “…per oviar alle contese et controversie … per le quali molte volte nelle cause in udienza nascevano molti inconvenienti … essendo che in questo libro non si haveva alcuna mention de simili ferie”, fu deciso nel Maggior Consiglio di definirli e di indicarli singolarmente nel presente libro degli Statuti. Essi non erano pochi e riguardavano, nella stragrande maggioranza, le feste religiose, che però nella repubblica rivestivano, in moltissimi casi, anche il ruolo di solennità civile. Per comodità e curiosità, per conoscere quali erano le feste rispettate dalle magistrature cittadine e, molto probabilmente, in buona parte, anche dagli abitanti, vengono qui sinteticamente trascritte. Esse erano: tutte le domeniche, il Natale, con otto giorni prima ed otto giorni dopo, la Circoncisione e l’Epifania, tutti i giorni dedicati alla Madonna, tutti i giorni dedicati a S. Marco ed a S. Mauro, tutti i giorni dedicati ai dodici Apostoli ed ai quattro Evangelisti, l’Ascensione, la Pentecoste, il Corpus Domini, la “inventino” della S. Croce, i giorni di S. Vito e Modesto, S. Giovanni Battista, S. Salvatore, S. Donato, S. Lorenzo, S. Martino, S, Caterina, S. Nicolò, S. Lucia; le feste del Carneval con otto giorni precedenti e le ferie estive dalla festa di S. Bartolomeo (24 agosto) ad otto giorni dopo la festa di S. Michele (7 ottobre). Restavano comunque eccettuati i casi contingenti di liti e controversie relative agli affitti di case, di altri beni immobili, ed ai denari dati per le costruzioni di opere, per i quali tali giorni erano considerati non feriati.

Prima dell’inizio dell’articolato c’è ancora un incipit nel quale viene solennemente stabilito ed ordinato che la stesura dei contratti di dote deve esser fatta alla presenza di ambedue i dotanti, sia l’uomo che la donna, il Vicedomino deve scrivere gli accordi tra le parti, parola per parola, davanti a testimoni, e se così non sarà fatto l’atto sarà privo di valore; ogni consuetudine diversa non va più osservata ed il presente Statuto prevale su ogni altra consuetudine.

Come già si può vedere da questo inizio, particolare importanza viene data ai rapporti economici fra i coniugi, materia questa che occupa i primi sedici capitoli del secondo libro. Il cardine fondamentale sul quale poggiano tali rapporti è il principio che afferma, “secondo la consuetudine di questa Terra d’Isola, che il marito con la moglie, dopo il matrimonio contratto, debba essere fratello e sorella in ogni sorta di loro bene”. Ogni patto diverso deve essere dimostrato con atto pubblico.

Questa comunione volontaria dei beni porta, con la celebrazione del matrimonio, alla fusione dei patrimoni del marito e della moglie, alla comproprietà dei beni acquisiti dopo il matrimonio, a meno che la moglie non vi voglia rinunciare, salvaguardandosi così dal pagamento dei debiti contratti dal marito, alla limitazione, in determinate situazioni, dell’estensione della comunione, ed alla limitata possibilità di disporre per testamento dei propri beni. Comporta pure la messa in atto di una serie di garanzie e tutele a favore della moglie come quella che prevede, in caso di premorienza del marito, l’accettazione o meno dei suoi debiti e dei suoi beni da lui acquisiti dopo il matrimonio.

La moglie è sottoposta alla potestà del marito e non può vendere né alcun bene comune, né i propri beni, per un valore superiore alle venti lire, senza la di lui licenza, a meno che non svolga un’attività commerciale quale quella di “verdarigola o taverniera”.

Il marito non può mettere in vendita i beni della comunione se non avrà dato in contraccambio alla moglie beni di pari valore, e se farà debiti senza il consenso della moglie questa non sarà tenuta ad onorarli. In caso di lite e di separazione il marito dovrà restituirle la dote oppure provvedere alle sue spese, secondo il giudizio del podestà.

Di comune accordo possono costituire la dote per i figli, ed ambedue i coniugi hanno l’obbligo dell’assistenza all’altro in caso di sua infermità.

Anche la materia delle ultime volontà dei cittadini è trattata con altrettanta cura ed il modo e la forma che devono essere seguiti nella stesura del testamento sono descritti con puntigliosa precisione. E’ stabilito che “ciascun Nodaro, il quale sarà chiamato tanto di giorno, quanto di notte a scriver alcun testamento debba andar in quel luoco, et esso testamento ordinar et scriver secondo la volontà del testator, alla presentia de un Giudice … et uno delli Vicedomini, et quattro testimonij, … esso Vicedomino sia tenuto esso testamento deponer, et reponer nella Vice Dominaria del Comun.”. Lo Statuto prevede delle prescrizio atte a garantire le manifestazioni di volontà del testatore e sono stabilite delle sanzioni in capo a chi volesse limitare tale volontà. Il testatore può nominare nel suo testamento uno o più Commissari (esecutori testamentari), i quali dovranno attuare le sue ultime volontà secondo quanto scritto nel testamento.

 Nel caso di mancata stesura del testamento i beni del defunto passano ai figli, se non ci sono figli passano ai parenti e consequenzialmente da quelli più stretti a quelli meno stretti; se mancano anche i parenti i beni passano nella proprietà del Comune.

La tutela dei figli spetta al padre ed, in caso di suo decesso, passa alla madre, a meno che egli non abbia provveduto, nel suo testamento, a nominare un altro tutore. In caso di morte anche della madre il tutore viene nominato dal podestà. Il tutore, entro trenta giorni deve fare l’inventario dei beni del pupillo, suo obbligo è quello di amministrarli oculatamente e restituirli ai pupilli, alla fine della tutela, migliorati e non deteriorati. La tutela finisce a quindici anni per il maschio ed a quattordici per la femmina. Durante la tutela i minori non possono disporre dei loro beni, quindi è loro vietato vendere, donare o in nessun altro modo porre vincoli sui loro beni mobili o immobili, senza l’autorizzazione del tutore. Anche successivamente, finita la tutela e fino al raggiungimento dei diciotto, gli atti di disposizione straordinaria dei beni, quali vendita, cessione, vincolo, possono essere messi in atto dai pupilli solo con licenza del podestà.

Ed i figli sono tenuti, quando loro saranno vecchi e poveri, mantenere il padre e la madre.

La proprietà, quale diritto di godere e disporre dei propri beni entro i limiti stabiliti dalle leggi, trova in questo libro una serie di norme tendenti a garantirla e difenderla, ma pure a limitarla, nel caso di pubblico interesse.

 I cittadini e gli abitanti di Isola possono vendere i loro beni, mobili e immobili, tanto a cittadini quanto a forestieri, ovviamente gli acquirenti di beni immobili si obbligati, con tale acquisto, ad eseguire tutti gli oneri verso il Comune che tale proprietà comporta. Tuttavia questa norma che sancisce la piena ed ampia disponibilità dei propri beni subisce una limitazione, infatti è proibita la vendita di beni immobili “alli homini de Piran”; anche “li schiavi, furlani, rustici e montanari … che lavoreranno del terreno di Comun”, non possono venderlo, donarlo o disporne per testamento, ma solo lasciarlo ai propri eredi, i quali potranno usufruirne solamente fino a quando resteranno cittadini di Isola, in caso contrario il terreno sarà incamerato dal Comune.

La compravendita e le sue modalità sono regolamentate nelle varie fattispecie ed, a garanzia e salvaguardia dei loro diritti, sono previsti, a vantaggio dei proprietari, dei creditori, degli eredi e dei parenti, numerosi casi di recupero del patrimonio venduto. Così entro trenta giorni dopo che il suo patrimonio, venduto a sua insaputa, sarà stato “stridato”, il proprietario può richiedere, presentando le prove della sua proprietà, l’annullamento della vendita ed il recupero del patrimonio, ed entro altri trenta giorni sarà tenuto il giudizio in merito davanti al podestà. Lo stesso procedimento vale per i coniugi ed i parenti, ed analogo per i creditori, a salvaguardia dei propri crediti. Anche i bastardi possono avvalersi di tale diritto, che però sarà preso in considerazione solamente nel caso non porti pregiudizio ai parenti legittimi. In considerazione dell’importanza dell’istituto e della sua probabile diffusione, numerose sono le norme, sia civili che processuali, ad esso attinenti, che riguardano le prove, le testimonianze, le procedure, i modi, ecc. che non vado qui a riportare.

Nella compravendita di terreni, cioè “campo, vigna, over terra vacua” il venditore ed il compratore devono insieme misurare il terreno e scrivere nel contratto che concordano sulle dimensioni e che esse sono state rilevate alla loro presenza “alla pertaga del Comun”, cioè con strumento di misura certificato dall’autorità comunale.

Altre norme che limitano il diritto di proprietà e di disposizione dei propri beni sono dettate, nello svolgimento di alcune attività, con l’intento di salvaguardare l’economia cittadina, e così viene vietata l’esportazione delle pelli e dei cuoi, e quella delle biade e cereali in genere, prodotti questi notoriamente carenti per le necessità cittadine. Parimenti a salvaguardia del territorio e della sua capacità produttiva l’estirpazione ed il taglio degli alberi fruttiferi e delle viti, prodotti tipici della zona e quindi ricchezza del Comune. E’ previsto pure l’esproprio per pubblica utilità, da effettuarsi previa stima del suo valore.

La proprietà dei beni immobili può essere acquisita anche per usucapione, cioè mediante il possesso pacifico, continuato e con la coscienza che sia sua, per la durata prescritta dalla legge, che secondo lo statuto d’Isola è di quindici anni nel caso in cui non esista conoscenza che possa essere di proprietà di qualcuno, di venti anni per renderla a chiunque non opponibile, compreso il forestiero che non viva nella terra. 

L’affitto della casa ha durata annuale, tacitamente rinnovabile salvo disdetta da darsi, da ambo le parti, un mese prima della scadenza. Particolarmente severe sono le sanzioni contro il conduttore: non può spostare dalla casa nessuna delle sue cose se prima non ha pagato l’affitto, se vuole uscire prima della scadenza dell’anno è tenuto a pagare l’affitto per tutto l’anno, e l’affitto per tutto l’anno sarà dovuto anche nel caso in cui, avuta la disdetta, lascerà la casa libera con più di tre giorni di ritardo.

L’affitto della vigna invece va assolto dopo la vendemmia, quindi si presume che il contratto abbia durata annuale e vada a scadenza da vendemmia a vendemmia. 

La parte centrale del libro sembra perdere, almeno in parte, la sua organicità, gli istituti regolamentati e le norme codificate appaiono eterogenei e disposti in maniera disordinata senza un chiaro filo conduttore. Vengono regolamentate le distanze delle piantagioni dai confini, l’esproprio per pubblica utilità, il pagamento delle decime dovute e l’investitura dei diritti feudali; seguono quindi alcune norme, molto stringate, attinenti al processo civile, all’esecuzione delle sentenze ed alla ricusazione del foro, .

Maggiore organicità e più ampio spazio viene invece dedicato ai rapporti fra creditore e debitore. La prova testimoniale dell’esistenza di un credito è accolta fino al valore di quaranta soldi, per gli importi superiori il credito va dimostrato con atto scritto (instrumento), fanno eccezione a questa regola i crediti commerciali, entro valori definiti a discrezione del podestà. Il credito di cosa mobile va fatto valere entro dieci anni, dopo tale periodo il titolo comprovante il debito perde valore ed il credito viene ritenuto rinunciato. Nei rapporti fra concittadini, i contratti stipulati fuori dal territorio d’Isola, per essere validi, vanno convalidati dal podestà entro quindici giorni dal rientro in patria. Il creditore, soddisfatto nel suo credito, deve restituire al debitore “la carta di debito … di obbligation”, annullata e tagliata, e sarà punito chi richiederà una seconda volta il pagamento già avvenuto.

Molto dettagliata ed articolata è la procedura per mettere in mora il debitore e quindi procedere con l’esecuzione forzata sui suoi beni, i quali, una volta stimati, saranno posti in vendita all’incanto per soddisfare il creditore. Mi limito a ricordare solamente che prima di obbligare il debitore a “poner i suoi beni alla stimaria di Comun”, cioè di passare agli atti esecutivi per procedere all’incanto, il podestà può ingiungere al debitore di pagare, entro otto giorni, il dovuto maggiorato di un quarto per le spese.

Un capitolo a se merita la vendita di vino al minuto, per la quale è statuito et ordinato “che in perpetuo inviolabilmente sia osservato, che alcuna persona terriera, overo forestiera, o habitante in Isola non ardisca, o presuma , del vino che venderà nelle taverne alla minuta, far credenza ad alcuna persona , né in grande, né in poca quantità se non sopra il pegno mobile.”; quindi il vino che si beve si paga subito, o con denaro o con altro bene, norma prudente a vantaggio dell’oste che comunque sarà pagato anche se il bevitore dimenticherà o sarà temporaneamente incapace di intendere e di volere.

Ed a proposito di pegni, questi possono essere venduti, a cura del comandador di Comun, solo di domenica, in piazza d’Alieto, al suono della campanella del palazzo comunale, “tra nona e vespero”, cioè tra circa le tre – quattro del pomeriggio ed il tramonto; essi possono essere riscattati dai proprietari oppure dalla moglie e dai famigliari altrimenti sarà dato al miglior offerente. 

L’ultima parte del libro contiene norme diverse ,non tutte attinenti al diritto civile, se alcune, come quelle relative ai vicedomini ed ai notai possono rientrare nella tutele dei diritti, altre, come quelle relative alla raccolta delle tasse e quelle relative alla perdita della cittadinanza sono meglio collocate nel diritto pubblico.         

Con il fine di dare maggiore certezza agli atti scritti e rogati dai notai, viene stabilito che ogni atto notarile, appena rogato, sia registrato, alla presenza delle parti, nel protocollo del notaio e che sia letto alle parti davanti a testimoni, e che, nella stesura dell’atto pubblico, il notaio scriva per esteso, quindi senza alcuna abbreviazione, l’anno, l’indizione, il giorno, la somma di denaro e tutti gli altri numeri contenuti. Nella vendita, donazione o alienazione di beni immobili, il notaio rogante non può procedere alla stesura dell’atto pubblico senza aver prima verificato, che la vendita,o la donazione dell’immobile sia stata registrata, a nome del beneficiario, sul “Registro dei terreni” del Comune. Ed infine, ogni atto scritto deve essere presentato, entro quindici giorni dalla sua stesura, ai vicedomini, per l’autenticazione delle scritture e per essere registrato sull’apposito libro da essi tenuto.

Le sentenze devono essere pronunciate alla presenza delle parti, salvo qualcuna di queste non sia volutamente assente; esse hanno pieno valore ed il podestà ed i suoi successori le devono far eseguire integralmente. A cura del podestà, tutte le condanne pronunciate: pecuniarie, corporali e detentive, devono essere portate alla pubblica conoscenza, mediante la lettura nel maggior consiglio e nell’arengo. La morte del condannato estingue la pena. 

Interessante è il capitolo dedicato alla raccolta delle tasse, la “colta”, non solamente per l’importanza della materia trattata, ma anche per le informazioni sull’organizzazione cittadina che ci fornisce. La “colta” può esser fatta per vari motivi, quando questa viene decisa, il podestà ordina ai capi contrada, dopo aver prestato giuramento, di eleggere tre uomini da bene, scelti tra i migliori della loro contrada e di presentarli al podestà. Ottenuto il suo gradimento questi uomini giureranno davanti al podestà, i suoi giudici, i capi contrada ed il camerario del Comune. Non potranno essere rieletti per l’anno successivo e della terna non potranno far parte né padre e figlio né fratelli. Essi dovranno legalmente e con buona fede imporre la “colta” a tutte le persone di Isola, la potranno aumentare , diminuire o lasciarla inalterata, secondo la convinzione che si saranno fatta sull’entità del patrimonio di ciascuno ed agendo secondo giustizia, dovranno quindi leggere, davanti a tutti e nominativamente, le stime effettuate e le imposizioni proposte. Dulcis in fundo, il richiamo a tutti gli abitanti al loro dovere di cittadini a partecipare alle “colte” secondo la loro capacità contributiva ed il precetto che da queste sono esclusi i veneziani in soggetti all’estimo di Venezia.  

Infine un provvedimento tendente a mettere a coltura i terreni più impervi e più lontani dalla città, collocati sulla parte più elevata del territorio comunale, cioè tra il monte Cedola ed il confine Pirano dal lato verso il Castelliere, stabilisce che, per il buon stato ed utilità della Terra de Isola viene offerta ai forestieri la possibilità di ottenere dal Comune, fino a due pivine di terreno, concesse gratuitamente per dieci anni dietro l’impegno di coltivarlo a vite quanto prima possibile.

Ma questo provvedimento che, considerata la buona opportunità e tenuto conto della vicinanza dei terreni, avrà probabilmente avrà richiamato l’interesse di qualche cittadino, è subito controbilanciato dalla legge patria del 1372 contro i Piranesi. Questa legge, inserita quale ultimo capitolo (114) del secondo libro degli Statuti, approvata a larghissima maggioranza, con solo due voti contrari, in un affollata seduta del Maggior Consiglio, cinquantuno consiglieri presenti, presieduto dal podestà Nicolò Badoer , vieta agli abitanti di Isola la vendita o la cessione, in qualsiasi forma effettuabile, di terreni e beni immobili ai Piranesi, consente la vendita di detti beni ai forestieri sotto loro impegno contrattuale a non rivenderli ai Piranesi; stabilisce altresì che il podestà di Isola debba far proclamare pubblicamente in piazza questo provvedimento, tutti gli anni, acciocché esso sia sempre noto sia agli Isolani che ai forestieri.

Come gia in parte detto questo libro contiene norme e prescrizioni di diritto civile ed altre norme.

Il “Libro Terzo: li Officiali et il loro Officio”, si compone di 115 capitoli e di un accordo con il comune di Capodistria relativo alla regolamentazione dei danni provocati dai cittadini di un Comune ai beni dell’altro. Si presenta, in termini quantitativi, della stessa ampiezza del libro precedente e contiene le norme relative all’assetto organizzativo del Comune e la descrizione delle prerogative e compiti delle figure preposte alle varie funzioni.

Sulla base del contenuto di questo libro cercherò di delineare succintamente l’organizzazione del Comune ed i suo funzionamento.

Il Comune ha da un suo territorio, i cui confini sono delimitati da cippi, comprende il capoluogo Isola, l’abitato di Corte e numerose frazioni sparse nella campagna. La città e suddivisa in contrade, le “vicinie”, alle quali ogni cittadino deve essere associato e così pure gli abitanti delle altre parti del territorio, che sono raggruppati in “vicinie rurali”.

 Gli abitanti, comprendenti i cittadini o terrieri ed i forestieri temporaneamente residenti nel territorio comunale, costituiscono la popolazione del Comune. La comunità isolana è suddivisa in cittadini e popolani, fra i cittadini primeggiano quelli che per diritto di nascita possono far parte del consiglio maggiore. Gli stranieri, detti anche forestieri o abitatori, sono trattati giuridicamente in maniera diversa dai cittadini, e la loro capacità è limitata in molti negozi giuridici come ad esempio in tema di proprietà e anche nel diritto penale sono meno protetti e sottoposti a pene più severe. Essi sono esonerati per due anni dalle “angherie” e, presumibilmente dopo tale periodo di permanenza nella Terra, possono acquisire la cittadinanza dietro motivata richiesta e su favorevole decisione del consiglio che, a sua discrezione, può concederla anche prima della decorrenza di tali termini.

 I cittadini possono perdere la cittadinanza, e la perdono commettendo alcuni delitti particolarmente iniqui, nei quali casi vengono banditi e considerati nemici; la cittadinanza si può perdere pure per rinuncia, ed in tal caso, il cittadino dovrà lasciare la terra d’Isola, entro otto giorni, con tutte le sue cose.

Poco si dice negli Statuti degli abitanti delle campagne, probabilmente per essi avveniva, come in altre località della nostra regione, che non erano considerati cittadini del Comune ma trattati alla stregua di sudditi e sottoposti a pesanti “angherie” con prestazioni di opere e servizi. Nell’abitato di Corte d’Isola risiede un gastaldo, eletto tutti gli anni e che risponde alle autorità comunali.

Anche il resto dei cittadini, indipendentemente dalla casta di appartenenza sono soggetti a gravose prestazioni, quali ad esempio la ronda notturna, la partecipazione all’esercito e vari servizi da prestare a favore del comune.

Svolgono ancora il loro ruolo le vicinie cittadine o contrade e lo Statuto le cita più volte ed attribuisce loro alcune importanti funzioni, come quella delle “colte”. L’elezione del capo della contrada avviene in consiglio, con una votazione diversa per ogni capo contrada; prima viene eletto, per ogni contrada, un membro del consiglio ad essa appartenente, ed egli, sotto giuramento eleggerà a capo un uomo della sua contrada. I capi contrada giurano, con una formula simile a quella degli altri officiali, di svolgere tutti i compiti ad essi assegnati. L’incarico dura quattro mesi, è onorifico, da diritto all’esonero dalla guardia di giorno e di notte ed è retribuito solamente con una piccola percentuale sulle “colte”,

Al vertice di tutta l’organizzazione civile, amministrativa e giudiziaria del Comune c’è il podestà che è nominato dal doge ed ha sostituito, dopo la dedizione a Venezia, i consoli eletti dal popolo; resta in carica per sedici mesi, trascorsi i quali deve presentare, entro quindici giorni, il conto particolareggiato della sua gestione.

Per ben comprendere le attribuzioni di questo importante personaggio vale la pena riprendere le parole con le quali il prof. Benussi delinea la figura del podestà veneto delle località istriane, che rispecchia fedelmente anche quella del rettore di Isola. “Ad assicurare l’esatto adempimento de’ suoi ordini, e l’imparziale amministrazione della giustizia, la Serenissima, oltre che colle multe comminata per ogni singola infrazione, tentò di raggiungere questo suo intento col procurare la piena indipendenza al Rettore ed agli altri suoi dipendenti e stipendiati, e ciò coll’impedire che vincoli famigliari od interessi economici li tenessero in qualsiasi modo legati alla popolazione indigena. Nessun famigliare del podestà poteva essere dell’Istria o del Friuli ecc.; così nessun conestabile, fante, cavaliere. I rettori non potevano stringere parentela con qualsivoglia cittadino, né prendere al loro servizio a piedi od a cavallo chi avesse parenti in città. Chi era al soldo del Rettore, non poteva stare al soldo del comune. Né ai Rettori, né agli altri ufficiali, o famigliari, o subalterni, era lecito levar all’incanto dazi, od esercitare marcatura sotto qualsiasi forma e titolo, sia in città che nel distretto. Non potevano essi acquistare possessione alcuna neppure far seminare per proprio conto. Proibito di accettare servigi, doni, strenne da qualsivoglia abitante: proibito di procurare a sé od ai famigliari di andare a pranzo da qualsiasi cittadino o d’invitarlo alla propria mensa. Da ultimo il Podestà era garante, non solo per sé, ma anche per tutti i suoi di famiglia e dipendenti, ove facessero cosa alcuna vietata loro dalle Commissioni ducali. S’aggiungeva, che chi era stato una volta notaro, cancelliere, giudice o socio di un Rettore, non poteva ricoprire la medesima od altra carica nello stesso reggimento, se non trascorsi due anni. Il notaio non poteva fungere il suo munere nel luogo ove fosse nato o domiciliato”.   

Egli, si consiglia, per tutti i problemi relativi al territorio amministrato, con gli esponenti locali, ma non è tenuto a seguire i loro consigli e le loro opinioni.

Per quanto riguarda Isola, lo Statuto prevede alcune sue incombenze particolari fra le quali, come ricorda il Morteani, è tenuto a far riscuotere senza dilazione il denaro del comune e del fontico; deve mettere all’incanto i dazi del comune secondo le consuetudini; non può allontanarsi senza licenza; deve far pubblicare nell’arengo tutte le condanne; gli è vietato prendere cancellieri da Isola, Capodistria e Pirano; doveva portare con se il comilitone che aveva l’incombenza, fra l’altro, di chiudere ed aprire le porte di Isola.  

Il podestà rappresenta il Comune ed ordina, di sua iniziativa o su richiesta, la convocazione delle riunioni del maggior consiglio e quella delle altre assemblee (arengo e minor consiglio), presumibilmente ne stabilisce l’ordine del giorno e ne presiede i lavori.

Quale capo dell’amministrazione comunale, oltre a quanto gia detto, egli ha il compito di sovrintende agli uffici e di attuare i provvedimenti del consiglio. L’operato del podestà e del consiglio, in merito alla gestione amministrativa del Comune, ed il bilancio sono sottoposti alla revisione del capitano di Grisignana in un primo periodo ed a quello di Raspo successivamente.

Quale organo di giustizia, il podestà giudica, assistito dai giudici, sulla base degli statuti, nei processi di prima istanza sia in materia civile che penale. Contro le sue sentenze è consentito appello alla corte ducale.

Per le questioni militari il Comune d’Isola dipende dapprima dal capitano del paisanatico di Grisignana, a successivamente da quello di Raspo, ed a loro fa capo il podestà per tutti gli aspetti ad esse inerenti.

L’arengo del popolo, che è l’assemblea di tutti i cittadini, che si riunisce, al suono della campana, nella piazza d’Alieto per dibattere sulle questioni della massima importanza relative alla vita cittadina, ha perso ad Isola, al tempo di questi statuti, l’importanza politica che aveva prima della sua dedizione a Venezia. Infatti negli statuti l’arengo è ancora citato, ma in termini molto marginali, senza l’attribuzione di funzioni ne di regole per il suo funzionamento, viene citato quasi solamente per ricordare l’obbligo di portare a pubblica conoscenza delle condanne inflitte. Non ha più la funzione originaria di principale sede di dibattito e di decisione sui principali temi cittadini, e non ha più nemmeno il ruolo di assemblea elettiva dei membri del consiglio maggiore, un tempo sua emanazione in rappresentanza di tutto il popolo. Sembra ora assolvere la funzione di organo che prende conoscenza delle decisioni prese dalle altre magistrature a ciò delegate.

Il governo del Comune spetta al consiglio maggiore, organo in mano alle famiglie dominanti, cui spetta il potere legislativo e statutario. Non tutti i provvedimenti adottati dal consiglio hanno la natura di legge ma alcuni sono degli atti amministrativi. Al consiglio spetta pure l’elezione di quasi tutti gli ufficiali del Comune, mentre alcune altre nomine spettano direttamente il podestà.

I membri del consiglio sono cento e se tale numero si riduce per la morte di qualcuno, entro dieci giorni dev’essere eletto, dal consiglio stesso, il suo sostituto. Può essere eletto membro del consiglio chiunque abbia compiuto i quindici anni ed il cui avo, o padre, o fratello, o zio, o figlio, o nipote, siano gia stati membri del consiglio. Il servo ed il figlio illegittimo (bastardo) non possono essere eletti, mentre l’elezione viziata da simonia viene annullata ed i colpevoli puniti, come annullata è l’elezione di membri che non risiedano in Isola ed non abbiano prestato i servizi dovuti al comune (fattioni e angarie).

Il neoeletto deve giurare sul Vangelo che, per l’onore, il bene e l’utile di Isola, consiglierà il podestà o il suo vicario, in buona fede e senza frode, tutte le volte che ne sarà richiesto, e prenderà parte al consiglio tutte le volte che sarà chiamato dal suono della campana posta sopra il palazzo comunale.

In caso di assenza il consigliere non può essere sostituito né un altro consigliere può votare per lui.

Tutti gli “officiali” sono eletti dal consiglio, ed è stabilito che le persone legate loro da vincoli di parentele non possano lavorare nello stesso ufficio; tra di essi, i principali sono quelli che ricoprono l’incarico di giudice, cancelliere, camerario, procuratore, giustiziario, stimatore, o altro. Restano in carica per quattro mesi e l’incarico non sembra declinabile; sono tenuti, entro tre giorni dall’elezione, a prestare giuramento, ed a ognuno di loro dev’essere consegnato un capitolare, che sarà riconsegnato a fine mandato, contenente gli elementi pertinenti al mandato ricevuto. Il podestà ha tempo otto giorni per insediarli nei rispettivi “offici” di competenza e completarne l’organizzazione.

I giudici hanno il compito di assistere il podestà nell’amministrazione della giustizia che si esercita, secondo gli statuti, esclusi i giorni feriati,di mrcoledì e venerdì. Sono quattro e restano in carica per quattro mesi, ricevendo otto lire di onorario ciascuno. Devono giurare che assisteranno lealmente il podestà o il suo vicario, in tutto ciò che saranno richiesti, che fraudolentemente non aiuteranno l’amico e non noceranno al nemico, che non accetteranno regali di nessun tipo, e che comunicheranno al podestà o al suo vicario ogni inizio o rischio di lite di cui verranno a conoscenza. Devono presentarsi tutte le mattine dal podestà e non possono allontanarsi da Isola senza il suo permesso. Nelle controversie devono verificare le prove e sentire i testimoni.

A garanzia del giusto processo, oltre ai giudici, sono presenti nei giudizi anche gli avvocati del comune. Essi sono in numero di quattro e sono obbligati ad assistere tutti coloro che ne avessero bisogno, restano in carica per quattro mesi e non ricevono l’onorario dal Comune, ma sono compensati dalle parti.

L’amministrazione del Comune è portata avanti da una serie di funzionari che assistono il podestà e con lui collaborano nell’esercizio del potere esecutivo.

Il cancelliere pretoreo è il suo segretario e notaio allo stesso tempo, generalmente arriva con il podestà e può ricoprire, nello stesso reggimento, la stessa o altra carica solo dopo che sono trascorsi almeno due anni.

Due cancellieri lo assistono nei giudizi, tengono i verbali del consiglio e tengono il libro sul quale vengono registrate tutte le entrate e tutte le spese del Comune, restano in carica per quattro mesi, ed alla fine del loro mandato devono presentare i loro libri ai vicedomini.

I due camerari tengono conto, assieme al podestà o suo vicario di tutte le entrate e spese del Comune, ricevono gli incassi ed effettuano i pagamenti su ordine del podestà o del vicario. Restano in carica per quattro mesi e, prima di iniziare la sua attività e di ricevere i beni del comune da amministrare, devono prestare garanzia. Ogni quattro mesi presentano al podestà, e davanti ai giudici, il rendiconto delle entrate ed uscite, che dovrà essere letto e pubblicato nel maggior consiglio, la stessa procedura è adottata per l’approvazione del rendiconto finale contenente il bilancio di tutto il periodo della podestaria.

Importante ruolo svolgono i procuratori del comune che hanno il compito di salvaguardare i beni del comune; compito primario è quello di misurare tutti i terreni di proprietà del comune, ed intavolarli, nell’apposito “registro delli terreni di Comun”, suddivisi per “pivina” e per appezzamento di dimensioni di cinquanta pertiche per dodici e mezza. Probabilmente ad essi spettava pure il compito di verificare la manutenzione delle strade, delle vie e dei moli, e gli eventuali abusi edilizi commessi su di essi e sulle altre aree pubbliche..

I giustiziari, “giusticieri di Comun”, sono preposti alla verifica delle attività commerciali dei beni mobili, vigilano sul mercato, in particolare sulla vendita di carne, vino, olio, pane,frumento e biade, pesce, ecc., saggiado i pesi, le misure e i recipienti, cui imprimono la bolla del Comune, e verificano pure i prezzi del pane e dei cereali, e controllano la qualità delle carni. Lo statuto dispone, per ovvi motivi di trasparenza e per evitare conflitti d’interesse, che a tale carica non possano accedere “pancogole, beccari, tavernieri ed osti”. Come detto restano in carica per quattro mesi e giurano, oltre alla restante parte uguale per tutti gli officiali, di dar pesi e misure giuste, e di effettuare, a loro giudizio, almeno due volte la settimana i controlli pertinenti al loro ufficio. 

La statuto prescrive che la misurazione del vino, nella compravendita possa esser fatta solamente con gli strumenti di misura riconosciuti dal Comune, le “orne“dei “mesuratori di Comun”. Lo scopo è quello di avere garantita la quantità negoziata al fine del pagamento dei dazi, e ciò avviene attraverso la prestazione di questi misuratori esperti, di fiducia dell’autorità. Per legge essi devono avere almeno tre orne ciascuno, che i giustizieri sono tenuti verificare almeno una volta al mese, le quali orne devono essere consegnate, alla fine dell’incarico, dai vecchi ai nuovi “misuratori”, previa verifica da parte dei giustizieri.

Ed ancora gli estimatori, che hanno il compito di stimare il valore dei beni del Comune e di quelli posti all’incanto, di effettuare e dirigere le aste pubbliche. Sono tenuti, al momento dell’insediamento, a prestare garanzia ed a giurare, come tutti, di impegnarsi ad esercitare la propria funzione senza frode e in buona fede rispettando lo Statuto, e si impegnano a conservare tutti i documenti e garanzie di cui entreranno in possesso. Restano in carica per quattro mesi ed alla fine del mandato sono tenuti a presentare i loro libri ai vicedomini. 

Il conduttore del dazio che ha l’obbligo di riscuotere i numerosissimi dazi posti, quale misura protettiva della produzione locale, sopra molte merci in entrata ed uscita da Isola, nonché, quale fonte di entrata per il bilancio del Comune, sulla vendita al minuto dei principali prodotti alimentari e di uso comune, quali il vino, l’olio, la frutta, la carne, il pesce, le stoffe ed i panni, e così via. Alcune merci, quali le biade, notoriamente carenti a Isola ne erano esenti. 

 Il “fontegaro di Comun”, al quale spetta la gestione del fondaco, quindi di amministrare e sorvegliare l’approvvigionamento e la vendita del grano; resta in carica per quattro mesi e non può essere riproposto allo stesso incarico nei sei mesi successivi. Alla fine dell’incarico rende conto ai suoi successori della gestione di tutto il mandato.

I saltari o guardiani delle campagne che sorvegliano i raccolti, in particolare l’uva prima della vendemmia, se non riescono a farsi rimborsare i danni ai raccolti, da chi li ha provocati, sono costretti a pagarli di tasca loro.

Anche l’amministrazione economica della chiesa parrocchiale è considerata dagli Statuti alla stregua di una funzione comunale, infatti i “camerari di S. Mauro sono eletti dal consiglio, sono due e restano in carica per un anno; per la loro attività sono pagati in proporzione al denaro maneggiato. Loro compito e quello di curare gli interessi economici della chiesa ed in particolare riscuotere i lasciti ed eseguire le volontà testamentarie, incassare le elemosine e manutenere e riparare tutte le chiese del Comune. Devono tenere, su libri distinti per le entrate e per le uscite, tutta la contabilità dei proventi ricevuti e delle spese fatte ed ogni spesa da essi sostenuta deve essere autorizzata dal podestà, al quale va presentato, ogni quattro mesi, il rendiconto della gestione, ed alla fine del reggimento il rendiconto finale allegato al bilancio del Comune. Hanno pure il compito di custodire il tesoro di S. Mauro, costituito da vari preziosi oggetti sacri, che vengono utilizzati e posti sull’altare solo nelle occasioni solenni. Per garantirne la sicurezza, il tesoro è posto in una cassaforte che viene tenuta da uno dei due camerari, la cassa è munita di doppia chiave, delle quali una è custodita dal podestà e l’altra dal secondo camerario, così per essere aperta necessita sempre della presenza di almeno due persone.

Tenuto conto della loro funzione particolare e la loro importanza ho lasciato per ultima la figura del vicedomino, la quale meriterebbe una più dettagliata trattazione rispetto ai brevi cenni che vengono qui dati.

 I vicedomini sono due, sono eletti dal consiglio, rimangono in carica per un anno completo a partire dal primo di maggio. Essi conferiscono il valore di atto pubblico a tutti i documenti che registrano nei loro quaderni, nei quali vengono registrati gli atti relativi agli “instrumenti” di compravendita, donazione, permuta, livello, divisione cessione, pignoramento, dote, matrimonio, inventario, testamento; o così pure per le sentenze, gli arbitrati ed incanti. Conservano i libri dei cancellieri e degli estimatori, i testamenti, i quaderni dei notai, i sunti delle sentenze e gli elenchi dei testi. Possono intervenire a tutte le sedute del consiglio, e partecipare con diritto di voto alle elezioni di quegli officiali per i quali è prevista la loro partecipazione. Devono tenere sempre aperta la vicedominaria, specialmente nei giorni di mercoledì e venerdì, nei quali il podestà siede in giudizio. Non possono allontanarsi dalla Terra di Isola e, se proprio lo devono fare, deve essere garantita la presenza di almeno uno di loro. Hanno infine l’incombenza di verificare, prima di “vicedominare” qualsiasi atto che tocchi, modifichi o ponga pesi sugli immobili del Comune, che questi siano stati iscritti sul registro dei terreni del Comune, e quella di comunicare per iscritto ai camerari di S. Mauro tutti i legati disposti per testamento a favore della chiesa.

L’incarico di vicedomino è ritenuto talmente importante che chi lo svolge viene esonerato dalla prestazione di tutte le “fattioni”, “cioè dalla guardia di notte, et di giorno dall’esercito”, e di tutti gli altri servizi da prestare a favore del Comune, eccettuato il pagamento delle tasse. E come i notai i vicedomini non possono accettare alcuna altra procura da nessuno.

Tutti gli “officiali” e tutti gli stipendiati dal Comune, nel caso in cui li incontrassero o li vedessero, hanno l’obbligo di denunciare al podestà o al suo vicario tutte le persone bandite dalla Terra.

Il terzo libro contiene numerosi capitoli dedicati alla regolamentazione, sotto vari aspetti, dello svolgimento dell’attività produttiva e commerciale, si riferiscono soprattutto ai prodotti tipici della terra, ed in particolare al vino ed all’olio. Le norme codificate attengono alla disciplina e controllo della correttezza di chi opera sul mercato con il fine, da un lato, di assicurare le entrate fiscali al Comune, e dall’altro, di difendere gli acquirenti dalle frodi, sia in termini di quantità che di qualità, che operatori poco scrupolosi possono mettere in atto sul mercato.

Ai macellai è proibito vendere la carne di animali diversi mescolata e gonfiarla con il grasso, devono togliere la coda assieme alle interiora ed il fegato va pesato a parte. E’ proibito vendere il vino al minuto senza la licenza dei giustizieri. Il pane lo possono vendere solo le pancogole autorizzate. I pescatori non possono portare il pesce da vendere fuori dalla Terra d’Isola e sono puniti se vendono il pesce stantio. E tutti i prodotti messi in vendita pagano il dazio compresa la frutta ed è consentita l’importazione a Isola di ogni sorta di merce salvo il vino, che non può essere importato per essere rivenduto, ma solo per l’uso personale.

Alcune norme regolamentano l’allevamento del bestiame in città, la sorveglianza degli animali ed i risarcimenti e le pene a carico dei proprietari che non li sorvegliano.

Altre norme sono poste per salvaguardare l’integrità dei beni pubblici ed il decoro cittadino, nonchè l’igiene e la salute degli abitanti. E così e proibito fabbricare edifici sopra le strade pubbliche, è vietato cavar vermi dai moli e porporelle e far pascolare gli animali nel Fossato. E’ punito chi imbratta con immondizia le strade e le piazze, chi mette letame vicino alle porte della città e chi getta immondizie nel porto. Le strade devono essere mantenute e riparate tutti gli anni e controllate nel mese di agosto, e tutte le vie ed androne cittadine devo essere pulite almeno tre volte all’anno a cure dei vicini.

Uno degli ultimi articoli stabilisce che i cittadini piranesi abitanti in Isola, possono comperare terreni, tanto fuori quanto nel suo distretto, ma sono obbligati, al momento in cui dovessero lasciare Isola, a rivenderli a cittadini oppure abitanti isolani, pena la loro confisca.

Il libro si chiude riportando un accordo sottoscritto dai podestà di Capodistria e di Isola in materia di danni provocati dai cittadini dei due comuni. L’accordo prevede che in caso di danni provocati in Capodistria da cittadini Isolani, sarà il podestà d’Isola a perseguire il colpevole e costringerlo a risarcire il danno, la somma ottenuta sarà restituita al podestà di Capodistria che risarcirà chi di dovere; e lo stesso verrà fatto nel caso opposto, in cui siano i capodistriani a provocare danni in Isola.

Il “Libro quarto: Parti del Conseglio”, che ora si pubblica per la prima volta, si compone di 121 capitoli e,come dice nel titolo, dovrebbe raccogliere i provvedimenti di natura statutaria approvati dal consiglio. Ciò e solo in parte vero in quanto in questo libro sono raccolte, non solo le copie delle decisioni assunte dal consiglio, ma anche quelle di atti di varia natura, quali: sentenze del podestà, lettere ducali, ordini dell’abbadessa di Aquileia, ed altri ancora; tutti però collegati da una matrice comune, la loro natura di atti prescrittivi talvolta per parte e talvolta per tutta la collettività isolana.

Si tratta di un libro aggiunto agli statuti originali del 1360, probabilmente per volontà riformatrice del podestà Pietro da Canal nel 1434, come lascia intendere il testo del capitolo CXVII che stabilisce “che tutte le parte, che sono rimaste nelli libri de tutti li Rettori Processori, che non sono qui descritte, cioè in questo libro; tutte siano casse e vane, et che per l’avvenir tutti li Cancellieri delli Ss.ri Podestadi, che per l’avvenir saranno, siano tenuti tutte le parti utili e perpetue, che saranno prese al suo tempo, registrarle in questo libro delle presenti parte sotto pena de soldi XX de picoli, considerato che hanno salario del Comun”. Quindi il podestà Pietro da Canal ha fatto analizzare, leggendole dai quaderni che i cancellieri, che verbalizzavano gli atti del consigli, erano obbligati a depositare alla vicedominaria, alla fine di ogni mandato, tutte le deliberazioni prese dal consiglio dal 1360 al 1434, ed ha fatto ricopiare quelle che, probabilmente scelte a giudizio di una commissione di esperti, erano state giudicate dal consiglio ancora di attualità e meritevoli di essere conservate. Così, creato il quarto libro, il podestà da Canal ha ritenuto opportuno lasciare una disposizione a futura memoria, acciocché l’opera da lui iniziata fosse continuata anche dai suoi successori. La sua idea, che si può ritenere buona in termini logici, considerato che la legge è materia viva e va attualizzata, è stata sicuramente attuata dal suo immediato successore Leonardo Zantani, ed il libro si chiude con alcuni provvedimenti presi sotto il suo reggimento.

Il libro, come i precedenti, è suddiviso in capitoli, ad ogni capitolo corrisponde una decisione del consiglio (“parte”) o un atto diverso (“ducale”, sentenza, ecc), la numerazione dei capitoli è progressiva ma i provvedimenti in essi contenuti non seguono un rigido ordine cronologico, che viene in parte rispettato, anche se con inserimenti di atti più antichi, per i primi cinquantadue articoli. Per circa la metà dei provvedimenti la data e certa in quanto riportata in quanto i documenti sono ricopiati integralmente o quasi, per gli altri la datazione può essere definita, in maniera non sempre certa, in quanto gli atti sono riportati in riassunto citando solo il nome del podestà.

Il provvedimento più antico, al cap. LIII, data 18 aprile 1383 ed il più recente, all’ultimo capitolo, è del 22 gennaio 1436.

La lettura di questo libro da ulteriori interessanti spunti ad una migliore conoscenza della storia trecentesca e della vita cittadina in quel periodo, che vanno ad aggiungersi a quelli ricavabili dai primi tre libri, primo fra tutti il funzionamento del consiglio.  

Lo Statuto stabilisce che i membri del consiglio siano cento, ma vediamo che le sue riunioni sono molto meno affollate in quanto, nella stragrande maggioranza dei casi, i consiglieri votanti vanno da poco più di venti a meno di quaranta; in due soli casi si arriva eccezionalmente a quarantuno, il primo sulla retribuzione degli avvocati ed il secondo, approvato a larghissima maggioranza, a difesa degli interessi economici cittadini contro i forestieri ed in particolare dei piranesi.  

Con questa pubblicazione, che riguarda i tre libri degli statuti di Isola nella loro traduzione in lingua volgare, si intende fare, grazie alla più agevole lettura, un’opera di maggior conoscenza e di divulgazione degli stessi, special­mente verso coloro che a questa terra si sentono legati da vincoli affettivi e di appartenenza. L’intendimento è quello di proseguire, in seguito, con la pubblicazione anche del quarto libro e di tutte le altre preziose notizie su Isola contenute nel codice oggi trascritto, cercando pure di contribuire, con un’analisi più appropriata ed approfondi­ta, alla conoscenza della storia di questa terra che, come da altri rilevato, “nella storiografia delle città costiere dell’Istria settentrionale, è la meno trattata”.

La trascrizione del manoscritto non segue alcuna regola particolare che non sia quella di una ricopiatura fedele e pedestre dello scritto, quindi senza sciogliere le abbreviature e ricopiando anche gli errori di grammatica, di ortografia, di punteggiatura, di collocazione delle lettere maiuscole e tutti gli altri possibili. Ciò può rendere, da un lato, meno scorrevole la lettura, ma dall’altro può permetterci di avere un saggio del linguaggio usato dai nostri avi isolani nei loro rapporti con le loro istituzioni. Chiedo scusa per gli errori ed omissioni che, son convinto, sono non pochi, e spero tuttavia che anche questo lavoro possa in qualche modo, contribuire ad una più diffusa conoscenza di Isola e della sua storia.

Franco Degrassi

 

 

 



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