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Per la solenne inaugurazione della Casa del Popolo di Isola

XXXI MAGGIO MCMXIV

 

 

PER LA SOLENNE INAUGURAZIONE

DELLA NUOVA CASA DEL POPOLO

IN ISOLA

 

BREVE STORIA DEL MOVIMENTO SOCIALISTA ISOLANO NARRATA AL POPOLO DAL COMPAGNO G.V.

 

 

CAPODISTRIA – VITTORIO VASCOTTO –

STABILIMENTO TIP. CARLO PRIORA - 1914

 

 

 

Compagni e compagne,

 

se volgiamo un fuggevole sguardo al nostro passato, dall'umile e, quasi a dire, antagonistica prima origine della organizzazione e delle istituzioni socialiste di questa nostra cittadetta; se passiamo in rassegna le vittorie, che, non senza aspri cimenti, sempre più superbe abbiamo riportate; se riandiamo le ormai intangibili conquiste, che nel campo sociale ed economico, intellettuale e morale abbiamo fatte da quell'origine fino ad oggi - noi della nostra avveduta, costante, intensa attività, modestia a parte, non abbiamo che a compiacerci altamente.

Che se fede, concordia e costanza di propositi ci assista sempre, come per lo passato, dobbiamo a ragione trarne gran conforto e soave speranza di ottenere altre non meno superbe vittorie, non meno importanti conquiste ancora, fino a raggiungere, a fianco dei compagni sparsi per tutta la terra, il pieno compimento del grande e santo ideale nostro.

Allora non più una patria dalle frontiere contestate, non più animosità nazionali, non più eserciti pronti a fraternamente sgozzarsi, non più intolleranze di religioni e persecuzioni settarie, non più esoso capitalismo monopolista affamatore, sfruttatori e sfruttati non più. Ma gli uomini tutti saranno cittadini del mondo; loro patriottismo la fratellanza universale; loro religione l'amor del prossimo quale ebbe a predicarlo e a praticarlo Cristo: non quale lo predicano bensì, ma non lo praticano punto coloro, che di Cristo si vantano legittimi ed unici rappresentanti.

Uguaglianza, fratellanza, libertà: ecco le tre fatidiche parole, cui la rossa nostra bandiera deve ognora agitare al vento; ecco la nobilissima meta, a cui i proletari di tutto il mondo e noi con essi dobbiamo tendere ognora con tutte le forze.

 

***

 

Si fu appunto nell'aprile - nella dolce stagione, in cui natura scuote di dosso il gelido torpore del verno e nell'armonia dei colori e dei canti si risveglia a novella rigogliosa e splendida vita - fu a di 12 aprile del 1895, epoca memoranda da vero, che in Isola si istituì per la prima volta un Gabinetto operaio di lettura. Nobile ne era lo scopo: riunire in un fascio operai e agricoltori e, attenuando ogni stridore di tinte politiche, fondendole anzi tutte in quella spiccante della religione, promuoverne l'elevamento intellettuale e morale. Vi s'inscrissero allora settanta soci.

Pure era fissato dai destini che su questo umile e informe altare, attizza e attizza, si sarebbe suscitata alta e vivida la nostra rossa fiamma.

Raccolti entro le tranquille pareti del loro Gabinetto, leggendo questo e quel giornale, questa e quella rivista, i lavoratori andavano acquistando sempre maggiore interesse alla lettura e, fra sè meditando e fra loro intrattenendosi su quanto avevano letto, allargavano man mano la cerchia delle loro cognizioni e snebbiavano la mente da molti e inveterati pregiudizi.

Ed ecco da Trieste trapiantarsi in buon punto dagli animosi seminatori internazionali - né qui va dimenticato il nostro prode compagno Giuseppe Pugliese, primo dei socialisti istriani in ordine di tempo, per fervida fede a niuno secondo, unito in apostolato ad Antonio Gerin e a Carlo Ucekar - ecco qui trapiantarsi, in terreno fecondo, la ancor esile piantina dell'idea socialista e crescere e germogliare, amorevolmente curata dai generosi nostri giovani. Ecco che, affinato l'intelletto e raggentilito il cuore, già si viene in essi formando anche l'aspirazione all'emancipazione economica.

Ed ecco ancora che un anno dopo l'istituzione del Gabinetto, nel luglio del l896 - nella sala del municipio, per intercessione del rappresentante comunale compagno Giuseppe Pugliese, accordata all'uopo dal podestà d'allora Domenico Ravasini, il girella camuffato da liberale - si tiene il primo pubblico comizio socialista. N'è oratore Carlo Ucekar, che, applaudito, vi svolge questioni d'indole prevalentemente politica.

 

***

 

Fu appunto la fiamma rossa su quell'altare suscitata, fu lo scoppiettio delle nuove aspirazioni, che fra i soci della novella istituzione provocarono una, non si può dire già incresciosa né dannosa scissura, ma una opportuna ed utile epurazione. Quanti erano amanti d'un troppo cheto vivere e però incapaci di levarsi dal capo pregiudizi, superstizioni e scrupoli, per tradizione di secoli profondamente in esso radicati, si sentirono a disagio fra gli spregiudicati, gli illuminati, i coscienti nuovi e, poco a poco, con un pretesto od un altro, si dileguarono. Ma, come in campo ben purgato dalla zizzania il grano vien su più abbondante e piiù saporoso e nutriente, così la novella associazione nostra, liberata dalle untuose pastoie, potè muovere per la sua via più diritta e spedita. È da questo momento, che ne appare nettamente delineato il carattere, è da qui, che viene generalmente riconosciuta siccome prettamente socialista e come tale additata ad esempio o a bersaglio.

Quindi, a ogni strappo, che crede sua missione di dover fare alle viete consuetudini del paese, e fatta segno ai fieri colpi di parte avversa.

Così - per ricordare il primo - nel 1897 la domenica dei 27 luglio, quando su d'un piroscafo arrivarono qui, desiderati, compagni di Muggia a porgere il fraterno saluto ai compagni novelli, in quel giorno il primo grido di: viva l'internazionale! che si udisse a Isola, fu violentemente represso dalla pubblica forza con l'arresto immediato - sul molo, all'ora della partenza - di Giuseppe Pugliese, che l'aveva emesso, e di quattro altri compagni di Muggia.

Furono tratti in catene alle carceri di Pirano, e vi rimasero rinchiusi per non meno di tre giorni, in capo ai quali, inquisiti e giudicati non rei, furono prosciolti. Il ritorno del Pugliese a Isola fu salutato, manco a dirlo, con gran gioia.

Troneggiava intorno a quell'epoca in comune il partito cosi detto liberale, capeggiato tuttavia dal nominato Domenico Ravasini, diretto - com'è ancora, sebbene mutato nel colore e nel nome politico - dal parroco Francesco Muiesan. E durano nella memoria di tutti le indegne gazzarre - stimmatizzate persino dal giornale “L'Indipendente” di Trieste - con le quali lo spudorato partito volle allora sfogare il suo infinito giubilo per la cattura si felicemente riuscita di tanto bestione socialista e delle altre bestie compagne. Si credette di aver dato cosi al socialismo isolano il colpo di grazia.

 

***

 

Ma l'ideale ch'è buono con le triste provocazioni e con le pazze gioie non si ammazza: si può tutt'al più fare che attraversi un momento di stasi o, meglio, di salutare raccoglimento. I nostri giovani ne riescono infatti più baldi all'azione, più alacri nella propaganda, più pronti al sacrificio. E, prima di tutto, pensano un mezzo, onde, anche meglio che non avvenisse finora, si coltivino la mente e il cuore del popolo e si strappino così alle nere influenze maligne.

Per iniziativa del Gabinetto operaio di lettura, un comitato promotore di quindici membri lancia in data 4 febbraio 1902 un caldo appello fra le persone e gli enti tutti, a cui dovrebbe stare a cuore la coltura del popolo, e ne chiede l'ausilio: vogliano concorrere con oblazioni sia di denaro sia di libri all'opera eminentemente civile e morale dell'istituzione di una Biblioteca popolare circolante in Isola. Inoltre il Gabinetto stesso offre al comitato l'appoggio che può, stanziando all'uopo nel suo non lauto bilancio una piccola somma annua e mettendo a disposizione della novella istituzione i propri locali, a patto che fra i lettori sieno annoverati anche i suoi soci.

Molti volonterosi rispondono all'appello: il comune isolano - podestà Eugenio Marchetti, girella come il suo predecessore - contribuisce al nobile scopo con dieci corone e qualche libro antiquato; la direzione centrale della Lega nazionale con ventiquattro volumi; il parroco Francesco Muiesan con nulla.

La biblioteca, provvista così, oltre che dell'enciclopedia del Vallardi, di altri cinquecento libri, si stabilisce nel Gabinetto ed é aperta al pubblico dal 22 di giugno di detto anno. I soci, compresi quelli del gabinetto, ammontano a duecento.

 

***

 

Anche questa istituzione non tardò molto a dare i suoi buoni frutti. Il bell'esempio di solidarietà irradiando sui lavoratori rese in loro più vivo l'interessamento per le questioni del giorno, così politiche come economiche e sociali, e il numero dei proseliti della nuova idea si accrebbe.

Ma i clericali già non se ne davano pace. Essi no eransi peranco costituiti in partito cristiano sociale, come fecero poi, al momento dell'introduzione del suffragio universale; ma, opportunamente truccati, si confondevano col partito sedicente liberale. Nè, come più tardi, combattevano allora il socialismo a viso aperto; si adopravano lusinghe, insidie, sotterfugi, imitando i liberali di oggi e di sempre. Al municipio comandavano essi e - successo a Giovanni Benvenuti, clericale camuffato da liberale - era loro podesta Francesco Vascotto, uomo, a vero dire, sinceramente pio, onesto e giusto; ma non per questo accetto al parroco, sempre lo stesso, Francesco Muiesan , il quale non attese a lungo a sostituirlo con l'attuale, Giovanni Ulcigrai, molto meglio malleabile e quindi in tutto e per tutto di suo gusto.

Sono essi, i clericali, che, per infrenare fin da bel principio la diffusione del nuovo verbo, chiamano a Isola certo padre Gaetano da Firenze, frate predicatore, a tenere nella loro chiesa e nel loro circolo una serie di conferenze. Il frate le intitola Il diritto e il rovescio della medaglia.

Ma fra Gaetano pare che abbia la iettatura: ché si può bene affermare che da questo momento si vada anzi affermando a Isola un partito veramente socialista, con un programma ben definito, conscio ormai del principio che l'unione fa la forza e del dovere di attenervisi strettamente. L'attività, che esso spiega da qui innanzi, e mirabile; instancabile la propaganda, ch'esercita, specialmente in mezzo agli operai delle quattro fabbriche di conserve alimentari.

 

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Della efficacia di tale propaganda, il cui merito va attribuito particolarmente ai giovani, è splendida prova il primo movimento economico in grande stile, che siasi visto a Isola. Vale a dire lo sciopero generale degli operai delle quattro fabbriche locali di conserve alimentari nella domenica 6 maggio 1906, che segno una memorabile conquista del proletariato isolano.

A mezzo dell'allora compagno Silvio Pagnini erano già precorse intese e trattative per la formazione in Isola d'un Gruppo locale della Federazione dei lavoratori della carta, delle industrie chimiche e della gomma in Austria. Le previsioni erano ottime e in quella domenica doveva appunto aver luogo un'adunanza, per prendere le ultime disposizioni per la formazione del gruppo.

Era già noto che gli operai delle fabbriche di conserve alimentari a Grado si trovavano in quei giorni in conflitto coi loro padroni per questioni di salario troppo basso, di orario troppo alto e di malo trattamento. Ed ecco, che come fulmine a ciel sereno, si diffonde per la città la notizia che sono arrivate a questa piazza tre barche cariche di cinquecento mila sardelle pescate a Grado, le quali dovrebbero venir lavorate nelle fabbriche omogenee di qui: le ànno mandate i direttori di là a questi di qui, tutti d'accordo. Lasciano i nostri da parte l'adunanza e corrono a parlamentare coi direttori. Ne ànno male parole. Quindi, e per dimostrarsi solidali con quei loro fratelli in sfruttamento e per veder migliorate le condizioni proprie, punto diverse, tutti, operai e operaie, abbandonano immantinente le fabbriche e si mettono in isciopero. Un'imponente dimostrazione, accolta dal favore di tutta la cittadinanza, s'improvvisa per le vie. E perfino fra Gaetano, che teneva una conferenza nella chiesetta di Santa Caterina, salta fuori a vedere che c' è. Vede la bandiera rossa ed esclama verso i preti: “Ma voi mi avete ingannato: questo è un paese veramente socialista. Qui bisogna lavorare di martello.” E fu appunto per l'ultima frase che la stampa clericale battezzò allora il frate col nomignolo di “Martello dei socialisti”.

Il giorno seguente sono i padroni, che, impressionati da tanta compattezza fra gli operai, chiedono di parlamentare con loro. Questi nominano i loro fiduciari e, presenti Silvio Pagnini e il capitano distrettuale, si viene ad un accordo, in forza del quale i padroni si obbligano a non fare rappresaglie di sorta e a trattare delle invocate migliorie con il Gruppo organizzato.

Quest'ultimo in fatti, sebbene non ne fosse peranco approvato lo statuto - fu approvato poi, in data 6 agosto dello stesso anno - si era già costituito come tale, eleggendosi a presidente il compagno Giovanni Vascotto.

Toccata con mano la meravigliosa forza che viene dall'essere uniti e concordi negli intenti, al Gruppo della federazione si erano affrettati a iscriversi, tra uomini e donne, ben mille operai, numero forte a bastanza per incutere rispetto e a capi e a padroni.

Per questo movimento videro subito migliorate e condizioni di mercede, di orario e di trattamento tutti gli operai e le operaie delle fabbriche non solo di qui e di Grado, ma, per riverbero, anche quelle di Rovigno e della Dalmazia. A dolersene un poco ebbero solo i promotori dello sciopero, che dovettero subire un processo davanti al giudice di Pirano. Li difese strenuamente il compagno Edmondo Puecher, che pronunciò una mirabile orazione, requisitoria terribile contro i padroni, propagatrice efficace dell'idea nostra. Tuttavia gli accusati si buscarono chi cinque o sei giorni di arresto, chi dieci o venti corone di multa.

 

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Ma ai padroni delle fabbriche dai due giorni, che lo sciopero era durato, e dalle concessioni, che avevano dovuto fare, n'era derivato un danno non indifferente. E però ci pensarono su e non istettero molto senza imparare da noi; ma si organizzarono anch'essi a modo loro ed escogitarono certi mezzi di difesa. E qui trovarono il loro migliore alleato nei preti, i quali a si audace levata di scudi socialisti, in onta alle splendide conferenze di fra Gaetano, erano rimasti di primo acchito come sbalorditi.

Difatti i preti né confessionale allora e pulpito, né minacce e blandizie, nulla lasciarono d'intentato, pur di ottenere, in lega coi padroni delle fabriche, una rivincita. «Guai a voi — sussurravano e predicavano ai troppo pii genitori — guai a voi, che, per un meschino ed effimero vantaggio terreno, vendete le anime del sangue vostro al demone socialista, dannandole alle dure pene infernali ed eterne!" E ben riuscirono in breve a indurre prima tutte le operaie, poi una parte degli operai — se anche convinti della sua bontà — a disertare la loro ormai fiorente organizzazione.

Fu un gran colpo questo, che i preti menarono al socialismo d'Isola. E fu uno strazio per noi vedere calpestata, avvilita cosi l'opera, che poteva renderci veramente superbi, che tante fatiche ci era costata, che tanto vantaggio avrebbe dovuto recare al proletariato. Ne successe un breve periodo di doloroso abbandono, di incertezza di coscienze da parte nostra, di mene tenebrose da parte degli implacati avversari. Ma i socialisti veri non se ne lasciarono sgomentare né smuovere e fu per essi anche questo un altro periodo di raccoglimento, per riprendere con lena rinnovata la nobile lotta per il trionfo dell'idea contro ogni insidia pretesca. Diminuito si di numero ma non d'ardire, il nucleo socialista ritrovo ben presto la via che si era segnata e diede un'altra prova della sua sana vitalità.

 

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Ai 13 di luglio del 1906, promotore Arsenio Vascotto, si fonda in Isola la Federazione dei giovani socialisti, con una quarantina di soci. E spiega subito un'attività febbrile: inizia una violenta campagna anticlericale, prende vivissima parte all'agitazione per il suffragio universale, allestisce notevoli rappresentazioni drammatiche, chiama a tener conferenze illustrioratori, quali un Giuseppe Bertelli, un Giovanni Lerda, un Paolo Orano, un Amiltare Storchi. Se non che e rappresentazioni e confe renze sono troppo spesso ostacolate dall'autorità politica, la quale vuole far piacere ai clericali.

Poi, nominato un comitato di compagni, presieduto da Giovanni Deluca, allora presidente del Gabinetto operaio di lettura, si decide di erigere una Casa del popolo. E, sacrificio non tenue a borse magre, ben cento ventisette quote di sessanta corone cadauna vengono sottoscritte all'uopo da cento compagni, da restituirsi senza interessi dieci all'anno, in dieci anni circa, mediante sorteggio annuale. Inoltre il falegname, il fabbro, il pittore, lo stagnaio si offrono a eseguire gratuitamente, nelle ore successive, la parte del lavoro relativa alla professione di ciascuno. Alcuni compagni agricoltori cavano, senza compenso pur essi, il fondamento. E ben meriterebbe che i nomi di questi nobili apostoli del nuovo verbo, a eterna memoria, figurassero scolpiti su di una lapide murata nell'atrio della casa, che oggi s'inaugura.

Il giorno stesso dell'approvazione dello statuto, epperò della fondazione ufficiale - a cui presenzio Silvio Pagnini - del Gruppo locale della Federazione dei lavoratori della carta, delle industrie chimiche e della gomma, in quel giorno, 26 agosto 1906, si solennizzava, a dispetto dei nostri avversari, la inaugurazione della prima Casa del popolo, sorgente in amena posizione, cinta di gaio giardino. Tutti serbano ancora ricordo di quella splendida festa. V'intervennero e parlarono, oltre al testè nominato, i compagni triestini Luigi Battistella, Antonio Laurencich, Valentino Pittoni, Edmondo Puecher.

Il bell'ediflcio, col suo fondo e tutto, era venuto a costare ottomila corone.

Nella nuova dimora trasferirono le loro tende il benemerito Gabinetto popolare di lettura con la Biblioteca popolare circolante e la Cassa distrettuale per sussidi agli operai malati. Quest'ultima, sempre diretta e amministrata dagli operai fin dal 1 luglio 1888, quando era stata istituita insieme con le consorelle delle altre città, contava allora cinquecento affiliati. Oggi ne conta il doppio.

 

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Il professor Paolo Orato - invitato, com'è detto, dalla Federazione dei giovani - si era proposto di tenere un ciclo di conferenze scientifiche, fra le quali due specialmente dovevano attrarre l'attenzione dei preti: Giordano Bruno e Sant'Ignazio di Loiola. Nella Sala Verdi accorreva ad ascoltarlo gran folla di popolo e i preti n'erano costernati. né sapendo a che altro santo votarsi, punto ammaestrati dal vano picchiare dell'altra volta, si fecero rimandare da Firenze san Martello.

E fu appunto la conferenza dell'Orano su sant'Ignazio di Loiola, tenuta ai 15 di gennaio del 1907, quella che doveva, per sè e per le circostanze concomitanti, accendere negli avversari nostri veemente lo stimolo della reazione.

Con la buona intenzione di frustrare la conferenza, gli agricoltori clericali, e fra Gaetano tra essi, si raccolgono nella Sala Verdi alla spicciolata e alla chetichella. Sicché, quando facciamo per entrarvi, all'ora stabilita, noi socialisti, l'ambiente è strapieno. Dobbiamo farci largo a furia di gomitate e di spintoni e a grande stento il conferenziere riesce a salire sul palcoscenico con quindici dei nostri giovani. Parla per un'ora e mezzo indisturbato. Ma, quando gli manca poco a finire, ecco montare sur una seggiola fra Gaetano e gridare che vuol parlare anche egli. Uno dei compagni gli risponde che può parlare bensi; ma lo ammonisce ad un tempo ad attenersi ai precetti evangelici e a non volere attizzar vie più gli animi già irati della sua turba incosciente. Il frate non se ne dà per inteso e comincia con un violento attacco al socialismo. I giovani dal palcoscenico lo esortano a farla finita: sono disposti bensi a inchinarsi alla ragione; ma non già a cedere alla violenza, accada che può. Udite le fiere parole e visto l'atteggiamento risoluto dei nostri, i quattrocento clericali, pervasi dal panico, si levano e se la battono, e lasciano in asso il frate presso a una finestra. I giovani nostri lo pigliano delicatamente fra le pieghe della tunica, lo sollevallo di peso e lo depongono fuori ad ariegiarsi. Era tempo: perche sbuffava siccome un mantice.

Di la raccolse poco dopo il suo branco nei pressi. del palazzo Besenghi, residenza del parroco, e continuò a scagliare i suoi fulmini contro la setta dannata dei socialisti, suscitando così in quelli animi meschini la foia della violenta reazione.

E tanto disse quella sera il frate e tanto fece nei dì seguenti, e tanto bene seppero coadiuvarlo i clericali liberali, da trascinare i fanatici loro accoliti a un fatto, che avrebbe potuto avere delle conseguenze ben più gravi di quelle che, per buona ventura, non ebbe.

 

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La domenica del 3 febbraio 1907, indetto dai socialisti, si teneva nella Sala Verdi un pubblico comizio in contradittorio, comizio, che, data l'effervescenza degli animi, assumeva un'importanza speciale. Pero i compagni di Muggia e di Trieste, noleggiato appositamente il piroscafo Giampaolo della societa muggesana, eransi recati a questa volta in buon numero. Il comizio fu aperto da Giuseppe Pugliese. Parlarono i compagni Raimondo Scabar, Rodolfo Cerniutz e Giuseppe Tuntar: il primo trattò oggettivamente di socialismo e religione; gli altri due diedero addosso ai borghesi alleati dei preti, puntelli tuttte due della più nera reazione come nel passato cosi nel presente.

La turba dei fanatici agricoltori questa volta aveva creduto meglio di starsene a schiamazzare e a minacciare fuori della sala. Ma; quando i gitanti, accompagnati da noi e da molti curiosi, si furono diretti al molo per imbarcarsi, quelli energumeni prima li fecero segno a ogni sorta di insulti e di provocazioni, poi, posta mano alle pietre, cominciarono una violenta sassaiuola. né valsero a fugarli vari colpi di rivoltella sparati dai compagni da bordo il piroscafo. Si il capitano dovette far tagliare in fretta gli ormeggi e allontanare il bastimento a tutta forza.

Così la pia congrega de' nemici suoi pote un momento illudersi di avere anco una volta morto e sepolto il diabolico socialismo isolano sotto la indimenticabile e indimenticata santa lapidazione. E già intorno alla “greve mora” biascicava essa i suoi tedeum e i suoi requiem voluttuosamente.

Un fatto viene quasi a darle ragione: la Federazione dei giovani socialisti si scioglie: si scioglie da sè, e molti elementi timidi si tirano in disparte. Ma pur numerosi son quelli, che rimangono ancora fedeli all'onoranda rossa bandiera, raddoppiano le loro energie e continuano a spargere il buon seme in ogni campo: politico ed economico, intellettuale e sociale. E il socialismo isolano si ridesta, rimuove le pietre su di esso ammonticchiate, risorge <

 

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Il 24 aprile dell'anno stesso viene creato il Banco agricolo marittimo operaio, un'opera, con la quale il partito socialista isolano, oltre al proprio di classe, veniva a fare anche l'interesse de' suoi avversari, fossero liberali o clericali, e dava agli uni e agli altri nobilissimo esempio di tolleranza politica e religiosa. Correvano allora tempi economicamente difficili sia per tutta la monarchia, a cagione dell'incerta situazione politica, sia per Isola specialmente, le cui campagne avevano sofferto danni elementari non indifferenti. Ebbene: per sovvenire la piccola economia agricola e industriale del luogo, il Banco profuse in tenui prestiti a interesse minimo, gia nei primi due anni della sua attività, la bella somma di quasi centoventi mila corone, in buona parte versati nella sua cassa dagli odiati proletari socialisti, salvando così non pochi agricoltori di parte avversa dallo strozzinaggio dei riveriti e reverendi amici capitalisti.

Inoltre il Banco fin dalla sua costituzione si occupò a sistemare con grande zelo e perfetta correttezza lo stato finanziario della prima Casa del popolo. L'ultimo esercizio di questa benefica istituzione, del 1912, confrontato con quello dell'anno primo, e una prova palmare del lento si, ma sicuro sviluppo della sua solidità. Nel 1912 ebbe cinquecentocinquantasette soci, un giro di cassa di oltre un quarto di milione, un utile netto di oltre mille e cento corone; mentre nel primo anno i soci non erano stati che dugentosessantanove, il giro di cassa un po’ meno di cento mila, l'utile netto un po’ più di dugento corone.

Da quando fu creato ne è benemerito presidente il compagno Rodolfo Carlin.

 

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Inoltre: il 1 maggio 1908 vede rigermogliare l'Organizzazione dei prodotti chimici, ch'è un fatto compiuto a mezzo il novembre successivo. Essa si trasforma nella Federazione fra lavoratori e lavoratrici, tutt'ora esistente, che contò e conta dai cento ai centoventi ascritti, tutti persuasi dei benefici che ne ritraggono.

 

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Ed ancora, per iniziativa del Banco, ai 21 settembre del 1909 si costituisce, formato dalla sua direzione, dalla commissione del sindacato e da alcuni soci, presidente Giovanni Deluca, un comitato, che debba studiare un piano per la costruzione di un complesso di case allo scopo di offrire alla classe operaia d'Isola in generale, senza distinzione di parte, delle abitazioni decorose ed economiche e insieme comode e corrispondenti alle moderne esigenze dell'igiene. Devono essere di due tipi e di due costi: a solo pian terreno e a pian terreno e primo piano, con tre di questo tipo alquanto più ampie delle altre.

Il comitato si mette all'opera sollecito. Acquistato il fondo di diecimila metri quadrati fra la stazione ferroviaria e la strada che mena a Capodistria, si rivolge, per l'aiuto finanziario, all'Istituto di assicurazione per gl'infortuni sul lavoro per Trieste e il Litorale e alla Federazione dei consorzi industriali ed economici della provincia d' Istria. Questi di buon grado l'assecondano. Poi fa elaborare dal perito Ettore Longo il piano dei fabbricati - che dalla prima esposizione provinciale istriana e premiato con medaglia d'argento - e preventivare le spese e, a cominciare del 19 maggio 1910, alloga prima l'una e poi le altre due costruzioni dei tre lotti di diciassette case ciascuno. Il primo gruppo e pronto già nel dicembre dello stesso anno. Nell'aprile dell'anno seguente la encomiabile opera è, almeno per tre quarti, bella e compiuta. Manca l'ultimo gruppo, perché l'Istituto per gl'infortuni non pote al momento accordare il relativo mutuo, non avendo i denari a disposizione.

E le cinquantuna casette, senza pretesa, ma linde e sorridenti ai loro giardinetti, allineate su due nuove e ampie vie, sono li a testimoniare eloquentemente i miracoli, che sa fare una ben sentita e ben diretta cooperazione. E sono anche esempio degno d'imitazione da parte di tanti paesi dell'Istria nostra, dove, pur troppo, il ceto agricolo specialmente, così abbandonato a se stesso com'è e fu sempre, si pigia con enorme disagio in luride catapecchie, prive d'aria e di luce e d'ogni più elementare comodità e necessità della vita, spesso in un solo locale, che riunisce in nauseabondo accordo e abitazione e cantina e stalla e porcile.

Ma non va dimenticato come il clerical municipio, non potendo altrimenti ostacolare la lodevole impresa, pur trovò modo di farne un'altra delle sue.

Contento, pare, come una pasqua che de' suoi diletti amministrati sguazzassero intanto in mezzo metro di fango, tirò in lungo quanto più gli fu possibile la regolazione delle vie dinanzi alle case.

Le case operaie isolane valgono intorno a un quarto di milione di corone. La tutela n' è affidata alla direzione del Banco, amministratore di tutta l'azienda, intermediario fra il comitato edilizio e gli altri enti, e garante morale. Esso disimpegno e disimpegna il suo compito come meglio non si potrebbe.

 

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E pure nel 1909, ai 13 di dicembre, si pianta a Isola con cencinquanta soci un Magazzino - il XI delle cooperative operaie di Trieste, Istria e Friuli, il quale già nei primi giorni fa un incasso giornaliero di censessanta corone e prende via via uno sviluppo sempre maggiore. Oggi conta ormai dugento soci, che comperano in media per dugentocinquanta corone al giorno.

 

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Intanto ai 20 dicembre del 1909, in onta alle riluttanze dei compagni adulti, i quali in una campagna intransigente e rivoluzionaria vedono un inciampo il progredire del partito, la Federazione dei giovani socialisti risorge nel Circolo giovanile socialista, presidente Giovanni Zugna. Ma è un'istituzione nata morta.

Ben presto ad essa succede il Club Sempre avanti, associazione prevalentemente sportiva e non prettamente socialista. Tuttavia non danneggia il partito; anzi. Riprende con vigore la propaganda anticlericale, promuove conferenze, ricostituisce la sezione drammatica e quella filarmonica e spende duemila corone nell'acquisto di strumenti musicali. Ma la sua durata è breve anch'essa.

Ma li 27 agosto 1911, dileguatosi nel frattempo ogni scrupolo degli adulti, la sezione filarmonica loro si fonde con quella dei giovani e in una splendida festa s'inaugura il nuovo Circolo giovanile socialista. Esso elegge a suo presidente il compagno Emilio Vascotto e conta già sessanta soci. Eredita il patrimonio del Club Sempre avanti e ne continua l'opera proficua. Tornano in fiore le conferenze - dei professori Ercole Bucco, Arturo Bondi, Iginio Zucali - le rappresentazioni drammatiche d'indole sociale, si diffondono gratuitamente opuscoli di ugual tenore e così e coi comizi s'intensifica la propaganda. Coi proventi delle rappresentazioni e di gaie feste si sopperisce alle spese e ne avanza per procacciare qualche arredo alla Casa del popolo.

Tutti ricordano ancora i due imponenti comizi, che, promossi dal Circolo giovanile, si tennero l'uno sulla Piazza alle Porte il 15 ottobre 1911, l'altro nella Sala Verdi il 5 marzo 1912. Parlò nel primo il professor Bucco sul caro viveri; nel secondo contro la guerra l'avvocato Mario Todeschini, l'indegnamente calunniato dai nazionalisti guerrafondai.

 

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Ma i clericali stanno all'erta sempre, spiano tutte le nostre mosse. La marcia trionfale del socialismo isolano, la propaganda instancabile dei giovani troppe pecorelle possono sviare dal loro tetro ovile. Bisogna inscenare un'altra delle solite gazzarre - pensano essi - e tanta attività arrestare di botto con qualche fatto violento. Occasione propizia la festa dei giovani socialisti indetta a pro del loro Circolo per la domenica dei 25 agosto 1912 nella Sala Verdi.

Detto fatto. Quando, calate le ombre, il corteo dei nostri, fra i concenti della banda e i canti degli inni, accompagnano al molo i fratelli di Trieste e di Muggia, convenuti numerosi alla festa, e attraversa la piazza davanti al municipio, quelli insani dei clericali cominciano a provocare e a insultare trivialmente. In pari tempo gendarmi e guardie si scagliano sul corteo, tentano d'impadronirsi del rosso vessillo e arrestano con altri il presidente del Circolo, Emilio Vascotto, e l'amico suo Nicolò Parma e li traducono immediatamente alle carceri di Pirano.

Era podestà putativo allora come ora - l'effettivo e sempre lo stesso parroco - Giovanni Ulcigrai.

Ma i socialisti non si lasciano terrorizzare si facilmente. Salutati al molo gli ospiti, si raccolgono a consigliarsi su quanto si debba fare.

L'indomani mattina per tempo i giovani corrono alcuni a Capodistria, altri a Pirano a informare e il capitano distrettuale e il giudice istruttore del come i fatti si sieno svolti. E, quale protesta contro il provocante e barbaro comportamento della pubblica forza, tutti i lavoratori delle fabbriche decidono di cominciare il martedi seguente uno sciopero generale di ventiquattro ore.

Allora interviene l'autorità politica. Il Vascotto e messo in liberta già nel lunedì e torna a Isola, atteso all'arrivo dai giovani con banda e bandiera e gran popolazione festante.             Il martedì ritorna, libero anch'esso, il Parma, accolto dalla popolazione con pari giubilo. Ma con quanta rabbia dei clericali, si può meglio immaginare che dire.

La giornata del martedì termina con un comizio nella Sala Verdi. Parla il compagno Francesco Zorzenon ed augura alla fine - né l'augurio si sperderà - nelle lotte del proletariato isolano contro la prepotenza e l'oscurantismo liberale clericale successi sempre uguali.

E il Circolo giovanile, che oggi conta un'ottantina di soci, seguita a esercitare, come per lo passato, una grande attrazione e un benefico influsso sulla gioventù isolana.

 

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Da registrare come lieto evento e strenna per l'anno nuovo è la conquista della Cassa distrettuale per sussidi agli operai malati di Pirano - dalla quale la nostra dipende ancora - fatta dal partito il 18 gennaio del 1913.

 

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Tante e si prosperose e si ben promettenti istituzioni - la Cassa distrettuale per sussidi agli operai malati, che sentiva bisogno d'una propria ambulanza; la Biblioteca popolare circolatnte; la Federazione fra lavoratori e lavoratrici; il Banco agricolo marittirno operaio; il Magazzino delle cooperative operaie; il Circolo giovanile socialista, con le sue sezioni drammatica e filarmonica, il quale desiderava un teatrino - tutte si sentono oramai a disagio senza un centro, che tutte le riunisca e le colleghi, senza una sede adeguata ai loro bisogni. E il disegno, già da lungo vagheggiato, di dare a tutte queste istituzioni un solo, vasto e decoroso edificio, con locali sotto ogni riguardo corrispondenti, di allestire una nuova Casa del popolo, in cui trovino tutte comoda sede, si affretta a maturare.

Infatti la deliberazione di studiare questo disegno si era presa dal consiglio amministrativo della vecchia Casa del popolo gia nelle sua seduta dei 16 gennaio 1911. E, poco dopo, in una seduta plenaria delle direzioni di tutte le istituzioni socialiste si de libera quale stabile si deve acquistare e l'acquisto stesso.

Intanto si costituisce - lo statuto n'è approvato nel giugno del 1913 - la società Casa del popolo, consorzio per la costruzione di case per operai in Isola, registrato a garanzia limitata. Nomina suo presidente il compagno Pietro Gandusio. E si propone lo scopo di acquistare terreni, con su fabbricati o no, e di costruire sui fondi di sua proprietà edifici per uso di abitazioni per i propri soci.

Con questa nuova istituzione, che in sè accentra ogni amministrazione delle altre, il benemerito Gabinetto popolare di lettura, custode anche del patrimonio della vecchia Casa del popolo, viene a cessare automaticamente. I suoi soci s'iscrivono nella Federazione fra lavoratori e lavoratrici.

Si acquista quindi lo stabile e si pone mano ai lavori necessari per adattarlo allo scopo. Questi erano finiti nel luglio dell'anno scorso. Tra fabbricato, adattamento e ammobiliamento si sono spese cinquantacinque mila corone.

Nè occorre ricordare - tutti l'anno nella mente e nel cuore - la lieta e insieme triste sera del 30 agosto 1913. Dico il solenne e mesto addio, dato da Giuseppe Pugliese, in nome dei compagni ivi accorsi in folla, alla vecchia, ma onorata Casa del popolo di Via della Stazione, a quelle anguste, ma auguste pareti, ch'erano state testimoni di si inconcussa fede nell'ideale nostro, di tanti sacrifici, di si limpida coscienza di classe, di si indomito coraggio, di tante ore e liete e tristi ivi passate. Poi le acconce parole del professore Arturo Bondi, che conchiudevano con un parallelo fra la piccola schiera dei lavoratori isolani, che a vantaggio del popolo avevano saputo in pochi anni far miracoli, e lo sterminato esercito dei preti e dei borghesi, che attraverso tanti secoli d'incontrastato dominio nulla di buono a favore del popolo anno saputo creare. E passa ancora davanti agli occhi nostri il trionfale corteo, che, attraverso le principali vie della città, preceduto dalla bandiera, dalla musica e dalla fiaccolata, salutato simpaticamente dalla gran folla della gente in festa, si dirige a questa nuova, più ampia e più bella sede, qui in Piazza alle Porte. Ci risuona infine all'orecchio tuttavia il discorso alato, che dal poggiuolo della nuova Casa, tutto imbandierato, ebbe a pronunciare il compagno Luigi Tonet, inneggiante al glorioso passato, vaticinante un più glorioso avvenire del valoroso partito socialista isolano.

Tale la memorabile festa di quella sera. La inaugurazione solenne si compie con la festa odierna.

 

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Ancora a un indice della costante ascensione del socialismo d'Isola voglio accennare: ai risultati pur confortanti delle elezioni politiche a quinta curia e a suffragio universale. Infatti i candidati socialisti riportarono: nel 1897, Antonio Gerin, 57 voti; nel 1901, Etbin Kristan, 89; nel 1907, il dottor Agostino Ritossa, 237; nel 1911, il professor Giuseppe Rasman, 288 voti.

 

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Compagni e compagne,

 

lasciamo ad altri magari agli avversari nostri, in buona o mala fede che sieno, giudicare, sel'attività fin qui spiegata da noi, se le opere fin qui da noi compiute, non abbiano ognora mirato al vero e molteplice bene del popolo. A noi ancora questo ammonimento, per quanto superfluo.

Sia questa Casa, sorta per le nostre perseveranti e spesso doloranti fatiche, sia monumento e simbolo della nostra incrollabile fede nell'idea, che non morrà, sia il nostro sancta sanctorum[1]. Non permettiamo mai che vi mettano piede profanandola i falsi apostoli di più false dottrine. Difendiamola sempre unguibus et rostris[2]  né contro di essa mai le portae inferi praevalebunt[3] . Sia questa Casa come la nostra universitas studiorum[4] , entro la quale, godendo dei simpatici locali e profittando dei sufficenti mezzi didattici e delle rappresentazioni sceniche e dei trattenimenti musicali, che generosamente ci sono offerti, volte le spalle alle spelonche della corruzione, del vizio e della perdizione, il nostro cuore s'ingentilisca, la nostra mente si affini e, fatto così nostro il motto mens sana in corpore sano[5] , ci alleniamo a combattere le altre lotte, che tuttavia ci attendono.

Si a per noi questa Casa la forte e incrollabile rocca, donde, per l'avvenire anche più desti che per lo passato, possiamo vigilare sull'altra roccaoscura e traballante della città nostra, rocca, in cui s'è rinserrata nera combriccola congiurata ai danni del popolo, sbarrando l'uscio sul muso a noi, che per il benessere del popolo abbiam lavorato e lavoriamo. Proseguiamo a invigilarla, la mala rocca, e a denunziare, come sempre abbiam fatto, dinanzi al tribunale dell'opinione pubblica tutto il male, che dentro vi si macchina. Omnia tempas habent[6] . Tempo verrà che il popolo, ravveduto, con illuminata coscienza, a noi si congiunga, quella rocca prenda d'assalto e vi pianti su il rosso vessillo della libertà e della giustizia.

Sia finalmente per i proletari socialisti questa Casa il faro luminoso, che rischiari loro la via verso orizzonti sempre più ampi, verso altezze sempre più sublimi, in sempre più spirabil aere, via, perla quale possano marciare sotto la fiammante rossa bandiera, che non sa il pallore della viltà, a battaglie sempre più superbe, a vittorie e a conquiste sempre maggiori sui campi intellettuale e morale, economico e politico - seguendo l'ispirato e sublime dettato: Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!

Evviva l'internazionale proletaria!

 

 

 

 

 

 

INDICE

 

Proemio pag. 3.

Gabinetto popolare di lettura pag. 4, 27.

Il primo socialista istriano pag. 6.

Comizi pag 5, 17, 23, 25.

Il primo Viva l'internazionale! pag. 6.

Liberali clericali, clericali liberali, cristiani sociali pag. 7, 9, 12, 14, 22, 24.

Biblioteca popolare circolante pag. 8.

Fra Gaetano da Firenze il Martello dei socialisti pag. 9, 10, 15.

Gruppo locale della Federazione delle industrie chimiche pag. 10, 11, 13, 14.

Scioperi generali degli operai delle fabbriche pag. 10, 25.

Federazione dei glovani socialisti pag. 15, 25.

La prima Casa del popolo pag. 14, 27.

Cassa distrettuale per sussidi agli operai malati 14, 18.

Conferenze del professor Paolo Orano pag. 16.

La santa lapidazione pag. 17.

Banco agricolo marittimo operaio pag. 19, 22.

Federazione fra lavoratori e lavoratrici pag. 20.

Le cinquantuna Case operaie pag. 20.

Magazzino delle cooperative operaie pag. 22.

Il primo Circolo giovanile socialista pag. 22.

Il Club Sempre avanti pag. 23.

Il secondo Circolo giovanile socialista pag. 28.

Altra gazzarra clericale pag 24.

La nuova Casa del popolo pag. 26.

Il consorzio Casa del popolo pag 26.

Perorazione pag. 29.

 

 



La parte del tempio di Salomone riservata ai sacerdoti durante il sacrificio.

Colle unghie e coi rostri. E vale: con tutta la forza e con tutto l’impegno

Le porte dell’inferno non prevarranno

Università degli studi

Mente sana in corpo sano

Tutto a suo tempo

 



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