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La Biblioteca Besenghi

Silvano Sau

Prefazione

Alla fine del 1996 la Comunità autogestita Costiera della Nazionalità Italiana e la Sezione di italianistica presso la Biblioteca Centrale di Capodistria, dopo un lavoro di sistemazione e di elaborazione durato un paio d'anni, hanno pubblicato il Catalogo del Fondo librario della Biblioteca Civica di Capodistria. Ora, grazie al lavoro di recupero e di elaborazione di ogni singolo volume, durato pure qualche anno, viene pubblicato il Catalogo della Biblioteca intitolata a Pasquale Besenghi degli Ughi di Isola. In un prossimo futuro, si spera di poter procedere anche alla stampa del Catalogo del fondo librario (o almeno quanto ne è rimasto dopo alterne vicende) del capodistriano Gravisi.

La biblioteca Besenghi, pur se ancora bisognosa di un'opera di restauro onde rallentare l'opera eroditrice del tempo e dell'incuria cui i volumi erano stati abbandonati per lunghi decenni, è sistemata secondo tutti i criteri della moderna biblioteconomia, nella sua sede naturale, in una stanza del piano nobile di Palazzo Besenghi e viene conservata in quanto patrimonio culturale della Comunità Nazionale Italiana di Isola e della Repubblica di Slovenia. Anche se la catalogazione, eseguita dal prof. Ivan Markovi}, è stata portata a termine già da qualche anno ed agli eventuali interessati i dati erano comunque disponibili su dischetto, finalmente i tremila volumi trovano spazio anche sulle pagine di questo volume che certamente aiuterà e faciliterà la ricerca e lo studio.

È certo, che non si può costruire il presente e progettare un possibile futuro, senza avere cognizione e coscienza del passato, senza aver accumulato e registrato nella nostra dimensione umana, culturale e civile, quella parte della nostra esperienza che, comunemente, definiamo »memoria storica«. Per buona parte, la memoria storica – quella che esula dall'esperienza personale e dall'acquisizione frettolosa di un superficiale acculturamento – è relegata oggi alle biblioteche o agli archivi, ai libri e ai documenti – per molti versi ancora inaccessibili e sconosciuti – custoditi e catalogati in quei mausolei della scienza e del sapere. Istituzioni che racchiudono la nostra coscienza di uomini, la storia delle nostre vicissitudini ripercorse nelle poche decine o centinaia di anni, da quando abbiamo imparato a lasciare dietro di noi testimonianze del nostro essere e della nostra presenza su un territorio e in un determinato periodo.

Tanto più importante diventa la memoria storica per una popolazione che gli eventi politici, storici e militare hanno ridotto alla condizione di minoranza nazionale. Perché rappresenta l'unico patrimonio con il quale legittimare  non solo la propria presenza culturale, sociale ed economica, ma anche le proprie rivendicazioni individuali e collettive.

Quale rilevanza assuma questo aspetto è facilmente dimostrabile proprio dalla nostra esperienza di minoranza nazionale, giunta a questo traguardo non per propria volontà, quanto come risultato seguito agli avvenimenti di quest'ultimo mezzo secolo. Cinquant'anni, nel corso dei quali – è proprio il caso di dirlo – si è tentato di privarci della nostra memoria storica e delle nostre radici culturali e nazionali. Vuoi perché travolti da ideologie e pedagogie che, in nome di superiori interessi, mal sopportavano identificazioni diverse da quelle ufficialmente riconosciute, vuoi perché le testimonianze concrete del nostro essere storico – quelle che avrebbero potuto o dovuto legittimarci sul territorio del nostro secolare insediamento (gli archivi, le biblioteche, le opere d'arte) – per buona parte hanno inseguito le divisioni confinarie che via via venivano configurandosi. La ricerca condotta dal prof. Ivan Markovi} sulle vicende della biblioteca Besenghi, e che qui di seguito pubblichiamo, rappresentano una dimostrazione che potremmo definire esemplare su come i nuovi ordinamenti politici avevano affrontato nei singoli periodi le testimonianze culturali che avrebbero potuto mettere in forse l'orientamento politico del momento.

La necessità, quindi, di ricongiungere un patrimonio affinché possa adempiere al suo ruolo ideale: di memoria storica e civile di una popolazione e di un territorio che non vuol essere soltanto ricordo e testimonianza del passato, quanto pure esigenza concreta del presente.

Mai come al giorno d'oggi, grazie alle tecnologie moderne, è stato possibile rispondere a questa necessità, che per noi è necessità di vita. Ed è proprio in risposta a questi presupposti che tanta cura si vuol dedicare al recupero e alla conservazione dei fondi librari italiani su questo territorio. Ivi compreso lo strumentario per la loro consultazione da parte di chiunque abbia interesse pubblico o privato. Affinché un libro custodito a Trieste o a Venezia possa essere innanzitutto identificato, collocato e consultato anche a Isola. E affinché un documento conservato a Capodistria possa essere a disposizione dello storico, dello studente o semplicemente del cittadino di Trieste.

Quindi, inseguendo l'ultima ideologia di questo fine secolo e di questo imminente inizio del terzo millennio, che si richiama all'abbattimento di tutti i muri e di tutte le barriere, portare il libro alla libera circolazione, arrivare alle biblioteche senza frontiere, garantire una cultura senza confini, disporre di informazioni senza limiti. E, naturalmente, assicurare alle persone la possibilità di muoversi da cittadini d'Europa e del mondo.

I nuovi strumenti di trasmissione della parola, del segno e dell'immagine si affacciano sul finire di questo secolo seducenti e temibili, specie per coloro che – come il sottoscritto – ritengono il »prodotto libro« come il luogo privilegiato della acquisizione e della conoscenza culturale.

È certamente difficile pronosticare che cosa avverrà di questo oggetto amato e, per molti, addirittura fonte di piacere e di compiacimento. Anni fa, nel corso di una visita ad una bella mostra storica sul libro, ebbi modo di leggere nel catalogo – allora con una certa incredulità – che forse nel futuro si sarebbe stati costretti a inventare una nuova disciplina: invece delle biblioteche avremmo costruito dei musei archeologici del libro. Per un mondo informatizzato, senza libri e senza le vecchie carte corrose dal tempo. Con tutto il sapere rinchiuso in schede da usare a piacimento su reti universali e disponibili a tutti. Un mondo di sapere senza limiti e senza frontiere.

È anche vero però, che questo mondo sarà possibile – e in parte lo è già – solo quando le biblioteche, i fondi librari, gli archivi, saranno ancora più organizzati e saranno capaci di offrire un tale servizio. Quando la società si renderà conto che proprio in favore di queste istituzioni vanno compiuti ulteriori sforzi. Quando – se posso esprimere un giudizio da amatore – prevarrà la coscienza civile che questo servizio sarà tanto più completo e fruibile, quanto più attrezzate saranno le istituzioni chiamate a realizzarlo. Ivi comprese le piccole biblioteche o i fondi librari pubblici o privati che siano.

Il fondo librario intitolato a Pasquale Besenghi degli Ughi è certamente patrimonio della città di Isola, ma anche di tutta l'Istria e di tutta la Slovenia, ma, in particolare, è testimonianza della presenza storica della cultura italiana in tutta quest'area. La Comunità Autogestita Costiera della Nazionalità Italiana, quindi, anche per il futuro si prefigge di dedicare  la giusta attenzione alla conservazione e alla tutela di questo patrimonio ereditato dai secoli scorsi, ma che mantiene intatto il suo valore per il presente e per il futuro.

Isola, dicembre 1999                                                       

 

Ivan Marković

IL FONDO BESENGHI

Introduzione

Il fondo Besenghi è sicuramente un patrimonio librario oltremodo  interessante e prezioso. A parte l’intrinseco valore di reperto bibliografico monumentale (libri del ‘500, ‘600, ‘700, manoscritti ecc.), la biblioteca Besenghi è tradizionalmente considerata il primo cavallo di battaglia di uno dei i più grandi poeti istriani, Pasquale Besenghi degli Ughi.

Purtroppo il fondo librario attualmente custodito presso la biblioteca della Comunità degli Italiani di Isola sotto il nome di fondo o biblioteca Besenghi, è formato da libri che mai sono appartenuti (se non in minima parte) alla famiglia Besenghi.

La vera biblioteca Besenghi non esiste più poiché è andata irrimediabilmente dispersa alla morte del poeta Pasquale. Ciò che oggi a Isola si conserva sotto suo nome, sono i libri della contigua ex biblioteca  parrocchiale di Isola.

La raccolta libraria appartenuta alla famiglia Besenghi, andò irrimediabilmente perduta alla morte del poeta Pasquale Besenghi. Alla perdita andarono sottratti soltanto pochissimi volumi grazie alla cura dei vicini parroci isolani. Il poderoso fondo di quasi 3.000 volumi, comunemente ritenuto fondo Besenghi si è invece costituito soltanto nel 1952 quando una commissione incaricata di inventarizzare i fondi librari privati, credette fondo  Besenghi, i libri del vicino ufficio parrochiale di Isola. 

In queste pagine di introduzione al catalogo della Biblioteca Besenghi sono esposti la storia ed i fatti più importanti relativi al fondo Besenghi. In particolar modo abbiamo cercato di evidenziare  e, per quanto possibile, comprendere e spiegare, le ragioni che hanno portato al travisamento della reale sorte della biblioteca Besenghi.

La famiglia

L’antica e nobile famiglia dei Besenghi o Besengo si ritiene discenda da una signorile famiglia di origine toscana, rifugiatasi nell’Istria mentre imperversavano le lotte tra Guelfi e Ghibellini, ma su questo punto non tutti gli studiosi concordano. Il prenome Besenghi si crede derivi da Besagne, forse abbreviato di Bevisangue (sic !), e comunque ci si muove sempre nel campo delle supposizioni. Documentata invece l’origine veneziana del primo di questa famiglia,  Giovanni Pietro Besengo o Besenghi fu Pasquale, che venne da Venezia a Pirano nel 1698, portando con se la madre Claudia, nata Carrara, e la moglie, nata Spiga.  Pochi anno dopo,  nel 1702, Giovanni Pietro abbandonò Pirano per stabilirsi nel castello di Piemonte d’Istria, dove fu insignito dell’onorifico titolo di Capitano civile e criminale, titolo conferitogli dalla famiglia Contarini Cav. del Zaffo, signora del castello. Giovanni Pietro, aggregato alla cittadinanza di S. Lorenzo nel 1718, ebbe per figli tanti personaggi importanti, tra i quali ricorderemo l’arciprete Don Giuseppe (morto 1746), il sacerdote Don Angelo (1776), il capitano civile e criminale Giacomo (1764), i notai Francesco e Pasquale ed infine un maggiore al servizio militare delle ordinanze, morto in Orsera nel 1768.

Di questi merita soffermarci su Pasquale, che abbandonò il castello di Piemonte per trasferirsi a Isola, nello stupendo palazzo Besenghi, costruito proprio in quegli anni (1775-1781). Il 10 gennaio del 1802 fu aggregato per acclamazione alla nobiltà di Capodistria, e tale titolo gli venne confermato dallo stesso imperatore Francesco I. Pasquale, nonno del poeta, sposò Agnesina della nobile stirpe degli Ughi, e volle aggiungere al proprio anche il cognome di questa antichissima famiglia fiorentina, venuta a Isola verso il 1400 , ricordata dallo stesso Dante  nel Paradiso (XVL., 88)  Io vidi gli Ughi, e vidi i Castellini”.

Giovanni Pietro Antonio, figlio del suddetto e padre del poeta, fu persona di grande intelligenza, distinta ed onorata,  che aveva ricoperto diversi incarichi pubblici: l’8 dicembre 1801 fu aggregato alla nobiltà di Parenzo, il 14 gennaio 1802 nominato cittadino di Pirano, il 23 agosto fu accolto membro dell’Accademia degli Arcadi Romano-Sonziaci in Gorizia ed il 31 luglio del 1797 in quella de’ Risorti di Capodistria. Nel medesimo anno venne nominato primo Dirigente del Tribunale provvisorio politico e giustiziale di Isola, il 4 aprile 1804 fu nominato a presiedere alla commissione delegata alla tassazione dei terreni nell’Istria, il 2 dicembre 1807 l’imperatore Napoleone Bonaparte gli conferì il titolo di consigliere generale del Dipartimento d’Istria, il 9 novembre 1805 ebbe dal pontefice Pio VII il titolo di conte Palatino Lateranense per sé ed eredi col cavalierato della milizia aureata ad vitam, e finalmente, il 28 ottobre del 1823 gli venne finalmente, dall’imperatore Francesco I., confermata la nobiltà per sé ed eredi. E quali eredi ! Sposata Oristilla Freschi del Friuli, ebbe da lei due figli, Giacomo e Pasquale, e due figlie Agnese e Domenica, andate in sposa rispettivamente al dott. Francesco Bressan avvocato di Trieste e a tal Amoroso Giacomo da Pirano.

Le notizie fin qui riportate, ci sono giunte grazie alle note storiche di Giacomo Besenghi, figlio del suddetto e fratello del poeta,  cultore di storia cui stava molto a cuore la nobiltà della famiglia.

Ma la fama della famiglia era destinata ad essere perpetuata dal suo ultimo rampollo, il poeta Giuseppe Pasquale Besenghi degli Ughi, uno dei più vividi e culti ingegni istriani dell’Ottocento.

Nato ad Isola il 31 marzo o il 4 aprile 1797, compì i suoi primi studi nella città natia sotto la guida del canonico Antonio Pesaro. Terminato il corso di grammatica e di retorica, il Besenghi passò quindi a studiare filosofia sotto la guida del dottore Stefano Castellani nel seminario vescovile di Capodistria. Recatosi nel 1816 all’Università di Padova per dedicarsi allo studio delle leggi, volse ben presto tutto il proprio animo alla poesia ed alle belle lettere, nelle quali esordì con una tragedia, Francesca da Rimini, componimento che fatalmente andò smarrito come tanti altri suoi lavori, ed una canzone in morte di Carlotta Taffoni (1820). Terminati gli studi legali decise di andare in Friuli dai parenti materni, sul che la notizia che nel Regno di Napoli i liberali stavano cercando la costituzione proprio come in Spagna, lo spronò a partecipare attivamente alla conquista della libertà partenopea. La giovanile avventura era però destinata a fallire miseramente, poiché il Nostro, dopo un lungo e faticosissimo viaggio a piedi lungo tutta la Dalmazia, arrivò tardi all’appuntamento, quando cioè era giŕ in corso l’intervento armato dell’Austria. Dopo una lunga e volontaria prigionia di studio nel palazzo paterno a Isola, il Besenghi passò a Trieste, con animo di dedicarsi alla carriera della magistratura, ed entrando nelle “camerate” letterarie ma anche, spesso e volentieri, in numerose ed aspre polemiche che sfogarono in aspri epigrammi di stizza contro i suoi nemici. Ristampò a Venezia nel 1826  un saggio di Novelle orientali, giŕ pubblicate sui giornali; e a Padova nel 1829 gli Apologhi che, pubblicati l’anno prima, erano stati sequestrati. Visitò la Grecia, che era insorta, stanca della lunga e feroce dominazione ottomana, ed anzi combatte  per la sua libertà (25 dicembre 1829), ma anche in questa avventura, lo squallore della realtà in stridente contrasto con la visione classicistica dell’antica culla della cultura mondiale, servì  soltanto a disilludere il poeta ed a fagli perdere quell’entusiasmo che ne aveva provato da lontano. Visse poi, sino al 1848 tra Trieste, il Friuli e Venezia, ospite di parenti e amici, intrattenendo una corrispondenza irregolare, ma abbastanza fitta, con il cognato Bressan e con i più noti poeti e letterati del tempo, frequentando spesso i ritrovi mondani più in auge al momento, pubblicando qualche verso o qualche studio critico, in un continuo di alti e bassi di scandali mondani e amori più o meno corrisposti, che lo costringevano a chiudersi in se stesso e nei propri studi. Non poté, per malattia, partecipare alla campagna del ’48; il 24 settembre del 1849 moriva di colera che giŕ da mesi incombeva a Trieste. Sepolto in una fossa comune del cimitero di Sant’Anna, la sua salma venne più tardi esumata e trasferita in un altro luogo dello stesso camposanto, luogo del quale s’č però persa ogni cognizione.

Con la morte di Giacomo e Pasquale Besenghi, si estingueva il prolifico ceppo della nobile famiglia isolana.

La biblioteca

Veniamo adesso alla biblioteca ed al problema della maternità della raccolta, visto che per molti anni se n’era  praticamente persa ogni traccia e di conseguenza travisata l’appartenenza.

Il primo problema che ci si presenta è quello di stabilire l’entità esatta della raccolta di libri posseduti dai Besenghi. Sappiamo per certo che il poeta Pasquale studiò nella “ricca” biblioteca del padre che più tardi egli stesso, molto probabilmente, arricchì ulteriormente. Non siamo purtroppo in grado di dare nessun dato certo se non stime approssimative sull’entità numerica della raccolta basandoci come riferimento alle analoghe raccolte personali di altri poeti, scrittori, uomini di cultura coevi o meno. Tali raccolte private solitamente contano dai mille ai diecimila volumi (visto che meno di mille volumi non val la pena di menzionare mentre diecimila e più libri giŕ rappresentano vera biblioteca e non solo fondo, e come tale (biblioteca) è giŕ più difficile che vadano dispersi o cadano nell’oblio). Quindi cifre approssimative che si aggirano sui tre-quattromila volumi in media. Così sarà stato anche per la raccolta Besenghi. Nulla sappiamo neppure sulla composizione del fondo, ovvero sul genere dei libri presenti nella raccolta. Più dell’entità numerica sarebbe interessante conoscere proprio la struttura ed il valore del fondo librario, ma su questo punto torneremo in seguito.

Unico indizio certo a nostra disposizione il rimpianto per quelle famose sette casse piene di libri, raccolta personale,  che il poeta  aveva abbandonato a Venezia nella casa di una nobildonna.

Il primo a parlarne è Clemente Richter il quale avrebbe redatto una (mai edita) biografia del poeta ed il quale per molti anni inutilmente si prodigò nella ricerca delle carte besenghiane  “(...) altro motivo del mio viaggio fu di poter venire a possesso ed ispezionar alcuni manoscritti riguardanti la nostra patria, i quali, di proprietà del nostro bravo ingegno Besenghi, si trovano nelle avare mani di una Dama di qui con sette cassoni di libri tutti postillati da lui.” (Quarantotto, 1928, pp. 14-15).

Ne accenna (troppo ottimisticamente) il Kandler alla morte del poeta “(...) Le cose sue non andranno sparpagliate: l’avvocato Bressan mio amico è la persona a lui più prossima. La sua libreria e assai carte sue sono in Venezia” (Quarantotto, 1928, p. 7) .

E ne parla del resto lo stesso Besenghi nel suo testamento:

I miei libri che si trovano presso la nob. sig.ra Contessa Fosca Zen Freschi mia cugina, oltre ad una cassa qui presso il predetto Sig.r Rusconi, sieno fatti passare alle mani del molto R.do D. Antonio Carboncich qui attualmente Confessore delle R.de Monache, il quale giŕ sa l’uso che a tenore delle mie istruzioni deve farne” (Quarantotto, 1928, pp. 138 e sgg.) . Nel proseguo del suo testamento inoltre il Besenghi impartisce dettagliate istruzioni circa la restituzione dei libri da lui prestati.

La citazione più chiarificatoria infine, è quella dello studioso Quarantotti Gambini  “...le carte del Besenghi /alla sua morte/ rimasero in un primo tempo presso l’avv. Bressan, ma, morto questo, subirono tali e tante vicissitudini, che solo una piccola parte di esse poté, anni or sono, venire recuperata e posta in salvo dall’avv. Pierantonio Gambini di Capodistria; mentre l’altro piccolo gruppo di manoscritti besenghiani era sottratto alla dispersione dal notaio dott. Michele Depangher di Pirano, che ne faceva poi dono al comune di Isola,(sic !) insieme con una quarantina di libri appartenuti al poeta. /.../ Quanto ai libri e alle carte del Besenghi, che il Kandler affermava rimasti a Venezia (e precisamente, aggiungiamo noi, nella casa di una nobildonna con la quale il poeta era vissuto per più di un decennio in grande intimità) essi, come sembra, andarono qualche tempo dopo, perduti nel naufragio della nave che doveva trasportarli in Istria. (Quarantotto, 1928, pp. 7-8)

Se si calcola che in una cassa di libri posso stare al massimo 100-200 libri (altrimenti si sarà trattato di casse dalle dimensioni “non standard” che per il trasporto necessitavano di facchini e gru, e non ci sembra proprio il caso nostro) i libri naufragati  saranno stati un migliaio o poco più. Erano questi comunque soltanto i libri che il poeta aveva portato seco a Venezia mentre il resto del fondo era rimasto a Isola. Ora, visto che in caso di viaggi o traslochi ci si porta dietro, solitamente, solo lo stretto necessario (ciò vale almeno per gli uomini, escludiamo il gentil sesso), anche i libri che il Besenghi aveva portato a Venezia saranno stati i libri a lui più cari e per lui più preziosi, visto che contenevano anche postille e note (come sostiene il Richter). Se ne deduce in ogni caso, che il meglio della biblioteca Besenghi, i libri più preziosi, sono finiti in pasto ai peschi, poco dopo la morte del poeta. Una prova “in absentia” potrebbe essere rappresentata dal fatto che gli altri libri, quelli rimasti a Isola, sono privi, salvo rarissime eccezioni, di firme, postille, note, exlibris ecc. di qualsiasi dato insomma che ci aiuti ad accertarne la maternità besenghiana.

Ma vediamo quali furono le sorti successive dei libri rimasti in palazzo Besenghi ad Isola.

Nel 1854, biblioteca e palazzo, visto che non v’erano eredi,  passavano sotto la tutela parrocchiale.

Nel 1894 “il chiarissimo dott. Michele Depangher, notaio a Pirano, acquistava gli ultimi resti della biblioteca Besenghi, consistenti in una quarantina di volumi, alcuni dei quali rarissimi e importanti. Di questi giorni l’egregio patriota regalava quei preziosi avanzi al nostro Municipio, dando così ansa alla formazione d’una biblioteca che dovrebbe intitolarsi dal nome del nostro poeta...” (Venturini, 1899)

Nel 1952, un’apposita commissione nominata dal Comitato popolare cittadino di Isola, riceveva l’incarico di indagare sui beni della famiglia Besenghi.

La commissione (nella seguente formazione: il prof. Miroslav Pahor, gli scultori accademici Oreste Dequel e Jože Pohlen, i legali dott. Oscar Hudales e dott. Božidar Zega e da Italo Dellore) svolgeva le proprie operazioni di accertamento nel Palazzo Besenghi e nella contigua biblioteca della Chiesa Parrocchiale di Isola.

La commissione, arrivava alla seguente conclusione: (...) quasi tutta la biblioteca della Chiesa Parrocchiale di Isola è di provenienza dal (sic!) Palazzo Besenghi, ove circa cento anni fa formava la biblioteca della nobile famiglia (...) e constatava inoltre che dal 1854 in poi la raccolta non era stata più aggiornata (Relazione, 1952 passim).

In quegli anni il fondo librario veniva anche catalogato, inventariato sotto il nome “Biblioteca Besenghi Isola” e sistemato in una nuova sala del palazzo Besenghi.

            Ma le disavventure dei libri erano appena incominciate; con gli anni dell’esodo, il bibliotecario incaricato di custodire la raccolta si trasferiva e Trieste ed anche il vecchio palazzo si presentava ormai inadatto alla custodia di una biblioteca. Sembra comunque, e qui in mancanza di documenti chiarificatori ci basiamo sulle informazioni personali non scritte dateci dai bibliotecari più anziani della Biblioteca Centrale S.Vilhar di Capodistria, che i libri siano stati in un primo momento collocati in un magazzino dell’attuale Casa di Cultura di Isola, di lì  a Scoffie, in uno squallido deposito per libri vecchi e di lì ancora a Capodistria in un deposito della Biblioteca Centrale S.Vilhar dislocato a Semedella.

Il fondo Besenghi andò così disperso e dimenticato giŕ per la seconda volta.

Finalmente, grazie soprattutto alla disinteressata abnegazione della dott.Amalia Petronio, bibliotecaria responsabile della sezione italiana presso la Biblioteca Centrale Srečko Vilhar di Capodistria, è stato possibile effettuare il recupero dei testi inventariati nel 1953/54 come biblioteca Besenghi e collocarli nel palazzo Besenghi a Isola.

Il 28 ottobre del 1993 al palazzo Besenghi di Isola aveva luogo una  celebrazione con la quale si solennizzava il ritorno, in quella sede (lo stupendo palazzo Besenghi, oggi sede della Comunità degli italiani di Isola che, nell’occasione, era stata anche battezzata col nome Pasquale Besenghi degli Ughi) di quanto rimasto, creduto e/o ritenuto fondo Besenghi.

Questi i fatti, passiamo ora ad analizzare la struttura del fondo.

Il fondo Besenghi conta oggi 2986 unità. Oltre la metà sono libri che trattano di materia religiosa (1327 unità) più 165 bibbie, oltre 400 sono libri di medicina, quasi 300 i libri di storia, seguono poi libri di letteratura italiana, latina, filosofia, biografie, dizionari, storia patria, scienze ecc. Oltre alle opere pubblicate vi sono inoltre anche 17 manoscritti inediti, ed un mazzo di lettere e fogli sparsi, non catalogati.

È evidente il grande numero di volumi di religione e l’esiguità dei tomi di belle lettere o di nomi della grande letteratura, ed in particolare di quella italiana.

Una biblioteca quindi che, se formata in questo modo, assai poco aveva da offrire al giovane poeta Pasquale Besenghi

Molto probabilmente il grande numero di testi religiosi è dovuto al fatto che per lunghi anni i resti della biblioteca Besenghi sono stati ospitati dalla contigua biblioteca parrocchiale.

Negli anni del primo recupero (1953/54) più di qualche libro della biblioteca parrocchiale sarà probabilmente andato a finire nell’inventario Besenghi.

Ma il problema della, a dir poco strana composizione del fondo, potrebbe venir posto e risolto anche nei seguenti termini: la biblioteca Besenghi  sono anni che non esiste più, nel 1894 il dott. Depangher ne acquistava gli ultimi resti, e quello che dal 1953 in poi si considera Biblioteca Besenghi non è altro che la Biblioteca Parrocchiale di Isola, peraltro arricchita di pochi tomi (comunque non più di 5 !) che i preti isolani erano riusciti a salvare al grande naufragio del fondo Besenghi!

Che qualcosa con i libri “non quadrava”, ovvero che c’erano “troppi” libri religiosi e troppo poca (o niente) letteratura che riuscisse utile alla formazione letteraria di un poeta, se n’era del resto  “quasi” accorta la stessa “Commissione”, che nel 1952 aveva “accertato” l’appartenenza della biblioteca, essa infatti: “(...) è del parere che qualcuno dei Besenghi (verso la fine del secolo diciottesimo o al principio del diciannovesimo) sia stato medico (sic ?!), così si spiega l’esistenza nella biblioteca di tante opere di medicina. Se poi pensiamo che la famiglia ebbe almeno due poeti (Pietro Antonio e Pasquale) si spiega anche l’esistenza di tante opere letterarie e di poesia. Per quanto riguarda le opere di storia e teologia, esse si trovano sempre nelle biblioteche di tutte le famiglie nobili dell’Istria” (Relazione, 1952, p.5).

Gli appunti che si possono muovere a queste ridicole affermazioni, sono fin troppi: di medici nella famiglia Besenghi proprio non ve ne sono, i due poeti erano uno soltanto (Pasquale), d'accordo per le opere di teologia presenti nelle biblioteche di tutte le famiglie nobili dell’Istria  ma proprio non riusciamo a comprendere che cosa se ne facesse una famiglia, per quanto religiosa e credente possa essere stata di ben 165 bibbie e tantissime altre opere di pura divulgazione religiosa.

L’inventarizzazione condotta negli anni 1953/54 (facilmente identificabile per l’uso spropositato del timbro triangolare con la scritta Biblioteca Besenghi Isola), ed unico dato certo a nostra conoscenza circa la reale consistenza del “fondo Besenghi” almeno in quegli anni, indica la presenza 3.523 unità, ma anche tale numero non rispecchia il numero reale dei tomi visto che molti di essi possiedono due o più numeri d’inventario nel caso in cui si compongano di due o più parti (parte prima, seconda ecc..).

La catalogazione condotta ultimamente in seno al reparto di italianistica della Biblioteca Centrale S. Vilhar effettuata su personal computer, raggiunge cifra 2.968 e tale è l’effettivo numero dei tomi oggi presenti nel fondo. Possiamo avere quindi un’idea dei libri perduti dal 1953/54 in poi, ma non sappiamo nulla in merito al periodo 1854 - 1953, né conosciamo la consistenza della raccolta al tempo dei Besenghi.

 La maternità del nucleo originale, e quindi dei tomi più antichi e preziosi del fondo Besenghi di Isola, viene addebitata allo stesso Giovanni Pietro Besengo, il primo della casata; tale tesi è confermata da una nota in inchiostro scritta a mano e tutt’oggi leggibile nell’ Isolario del Coronelli ...di appartenenza dell’illustrissimo signor Giovanni Pietro Besengo, cittadino originario di Venezia. Altre firme autografe si trovano ne: Vita del Beato Beltrando, Bassano 1741, e in Il sagro leggendario della vita di Gesù Cristo di Maria Vergine, e de’ Santi, Venezia 1757 dove vi sono rispettivamente le firme autografe di Giacomo Besengo e Pasquale Besenghi.  Va detto comunque che questi sono gli unici tre (3) volumi contrassegnati da firma autografa.

L’eredità libraria dei Besenghi andò purtroppo dispersa ed è oggi praticamente impossibile reperirne le tracce con esattezza. Il periodo più oscuro sono gli anni 1894-1953. Lo stesso dott. Depangher che ne avrebbe acquistato gli ultimi resti per farne dono al Comune di Trieste, finì, stando alla testimonianza del Quarantotto, per restituirli al Comune di Isola. Ignoriamo da dove vennero recuperate e dove, successivamente, poste in salvo “le carte del Besenghi” finite in mano all’avv. Pierantonio Gambini di Capodistria per non parlare della a dir poco misteriosa, quasi romantica fine delle carte veneziane...

La Commissione

Visto che non siamo più in grado di seguire le tracce delle carte besenghiane, ridotte, stando alle ultime testimonianze ad “una quarantina di libri, piccolo gruppo, ecc.” ci chiediamo d’onde provengano realmente i quasi tremila (3000) volumi custoditi oggi al palazzo Besenghi di Isola.

La risposta è insita nella giŕ citata Relazione di lavoro svolta dalla Commissione nel 1952 . Da essa risulta evidente come, quando ed in che modo, la biblioteca parrocchiale di Isola è “diventata” fondo Besenghi. Di qui in seguito, per non appesantire oltremodo la lettura, riporteremo soltanto alcuni passi di questo documento, passi che riteniamo fin troppo chiarificatori. Le citazioni sono in corsivo mentre i puntini di sospensione indicano le omissioni.

“(...) la Commissione è in possesso di un documento firmato dal Comp. Srečko Vilhar (...) dal documento è chiaramente visibile, che il parroco di Isola, Don Giuseppe Dagri, prima, ed un certo Marussich poi (...) negavano l’esistenza della biblioteca Besenghi. Non hanno detto neppure parola sull’esistenza di una biblioteca parrocchiale. Alla Commissione ha dichiarato il parroco, che non esiste una biblioteca dei Besenghi, o meglio, se si considerava come biblioteca un libro solo, tale biblioteca esiste nel palazzo Besenghi e si tratta del libro (...) sul quale si trova la seguente nota “Di appartenenza dell’illustrissimo signor Giovanni Pietro Besengo” (...) Questo libro sarebbe secondo il parroco, tutta la biblioteca della famiglia isolana dei Besenghi. La Commissione però è stata informata dell’esistenza di una biblioteca esistente nella chiesa parrocchiale di Isola, che si crede appartenesse alla famiglia Besenghi. Il parroco, richiesto su di essa, non poté più negarne l’esistenza, e permettè che la Commissione la visitasse (...) (Relazione 1952, passim)

Una volta presa visione della biblioteca parrocchiale, la commissione, operante in base all’ordinanza della Delegazione Circondariale per la Cultura secondo la quale si dovevano fare gli elenchi di tutte le biblioteche esistenti nel circondario istriano e vinte anche le ultime resistenze del parroco, decide di fare l’elenco di tali libri. Il lavoro viene eseguito e portato a termine in data 18.2.1952 dal bibliotecario della Biblioteca Civica di Capodistria, il prof. Miroslav Pahor.

Ad elencazione ultimata però: ...

(...) Orbene, la Commissione non ha mai dubitato dell’esistenza di una biblioteca appartenuta alla nobile famiglia d’Isola. Siamo dunque persuasi che tale biblioteca esisteva e che è stata asportata dal Palazzo Besenghi in un passato ormai remoto, nella soffitta della Chiesa parrocchiale (...) L’elencazione (elenco, inventario nda) di tale biblioteca ci ha tolto anche l’ultimo dubbio (se tale lo possiamo chiamare) della sua esistenza. L’elencazione infatti portò alla seguente conclusione: che quasi tutta la biblioteca della Chiesa parrocchiale di Isola è di provenienza dal Palazzo Besenghi, ove circa cento anni fa formava la biblioteca della nobile famiglia. Infatti su tre dei libri ivi esistenti fu trovata un’annotazione in penna che dice testualmente così:”Della nobile famiglia Besenghi” (...) Se aggiungiamo il libro del Coronelli, di cui si parla nell’allegato N.2, e che porta l’annotazione prima trascritta, i libri aumentano a quattro. E se infine aggiungiamo il libro elencato al N.1247 dell’allegato N.1, scritte da Pietro Antonio Besengo, i libri aumentano a cinque. (Relazione 1952, passim)

Ciò constatato la commissione emise il verdetto:

(...) Ora la Commissione è sicura che una nobile e ricca famiglia come quella dei Besenghi, che si permette di fabbricare un prezioso palazzo nello stile di allora, non poteva possedere solo questi cinque volumi.

E vano risultò anche l’ultimo tentativo del parroco di salvare i propri libri...

(...) Il Parroco Don Giuseppe Dagri, poi, ha dichiarato che la biblioteca fu raccolta e messa insieme pian piano dai vari parroci di Isola. Ma la Commissione, riveduto l’elenco dei libri, si è soffermata sul fatto che vi sono troppe opere di un’epoca perché tale ammissione sia ammissibile. La Commissione è dunque certa che la biblioteca elencata nella Chiesa parrocchiale è nella sua gran parte, di appartenenza della famiglia Besenghi e come tale va soggetta all’ordinanza (...) E ciò anche per il fatto che la biblioteca dopo la morte dei Besenghi non è stata mai più aggiornata, se non con opere di nessun valore e con la rivista La civiltà cattolica (...) La Commissione è certa dell’esistenza della biblioteca Besenghi e cioè che la biblioteca elencata nella Chiesa parrocchiale sia proprio quella dei Besenghi, forse ancora incompleta. Altre indagini nei posti della Chiesa darebbero forse migliori risultati (...) Resterebbero alla biblioteca della Chiesa solamente le opere stampate dopo il 1854, delle quali non si può dimostrare che appartenessero ai Besenghi, cioè gli unici volumi che la Chiesa può dimostrare di aver comprato. (Relazione 1952, p. 8)

Conclusioni

La raccolta libraria dei Besenghi, e soprattutto quella del poeta Pasquale, andò irrimediabilmente perduta alla morte di quest’ultimo. Ciò risulta più che evidente dallo stesso testamento di Pasquale Besenghi nonché dalle dichiarazioni del notaio Depangher, che ne acquistò gli ultimi resti, e da quelle successive del Quarantotto, che più di ogni altro studiò i fatti e le vicende relative ai Besenghi. Alla perdita andarono sottratti soltanto pochi volumi firmati (e comunque in numero mai superiore alle cinque unità) e questo grazie soltanto alla cura dei vicini parroci isolani, che nel loro archivio avevano salvato le ultime carte Besenghiane (i pochi libri firmati dai Besenghi insieme ad alcune lettere ed al testamento dell’ultimo Besenghi erano infatti custodite, come si rileva nel giŕ citato documento, nell’archivio della Chiesa parrocchiale di Isola).

Forse, fu semplice ignoranza ad offuscare le menti dei membri della commissione che “sostituirono” la biblioteca parrocchiale all’inafferrabile biblioteca Besenghi della quale avevano pur sentito parlare, ed ora, finalmente, avevano toccato con mano le prove tangibile (libri cinque) della sua esistenza.

BIBLIOGRAFIA

La bibliografia relativa ai Besenghi è vastissima e qui di seguito accenneremo solamente ad alcuni studi più importanti ed a quelli relativi alla biblioteca. La bibliografia più completa, ed alla quale rimandiamo per qualsiasi studio più approfondito in merito, è stata raccolta da Giovanni Quarantotto in: Nuovi studi sul poeta e patriota Istriano Pasquale Besenghi degli Ughi, Parenzo 1928.

De Hassek, Oscare: Besenghi degli Ughi, Prose e poesie, Trieste, Tipografia G.Balestra e. C. 1884

Venturini, Domenico: Conferenza su Pasquale Besenghi degli Ughi tenuta dal prof. Paolo Tedeschi nella famiglia triestina a Milano, Capodistria 1899

Venturini, Domenico: I resti della biblioteca Besenghi , ne l’Indipendente, Trieste, 3 giugno 1899

Morteani, Luigi: Isola ed i suoi statuti, Parenzo, Stab. tip. Gaetano Coana 1888

Quarantotto, Giovanni: Ricerche e studi intorno a Pasquale Besenghi degli Ughi, Parenzo 1908 e 1909, voll. 2

Quarantotto, Giovanni: La cultura letteraria di Trieste e dell’Istria, Vittorio Vascotto, Stab. Tip. Carlo Priora, Capodistria 1914

Quarantotto, Giovanni: Nuovi studi sul poeta e patriota Istriano Pasquale Besenghi degli Ughi, Parenzo, Tipografia G. Coana e figli, 1928

Relazione della visita fatta dalla Commissione al Palazzo Besenghi di Isola e della elencazione della biblioteca della Chiesa Parrocchiale di Isola, 22 febbraio 1952, conservata presso la Biblioteca Centrale Srečko Vilhar di Capodistria).

Rinaldi, E.: L’opera di Pasquale Besenghi degli Ughi, Trieste 1966

Radossi, Giovanni: Stemmi di rettori e di famiglie notabili di Isola d’Istria, in Atti del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno vol. XVII, Trieste-Rovigno 1986-87, pp.303-357

Cervani, Giulio: Trieste-Cucibrech nella satira di Pasquale Besenghi degli Ughi, in Atti del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno  vol. XIII,  Trieste-Rovigno 1982-83, pp. 333-352

Maier, Bruno: Profilo di Pasquale Besenghi degli Ughi, in Il Banco di Lettura n.1, Trieste 1988

Dallemulle Ausenak, Gianna: Rivisitando Pasquale Besenghi degli Ughi, in La Battana, pp. 67/88, anno XXIX dicembre 1992 n. 106

Marković, Ivan: Ciò che si sa e rimane della biblioteca appartenuta alla famiglia Besenghi di Isola, in Annales : Annali di studi istriani e mediterranei, n. 8, 1996, pp. 325-330

Siljan, Gianfranco: Pasquale Besenghi degli Ughi: un poeta controcorrente, Isola, Il Mandracchio, 1997

 

 

 

 



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